Pierluigi Panza celebra Raffaello con un romanzo

Pierluigi Panza a Lariobook

La Fornarina ci osserva con il suo sguardo enigmatico dalla copertina del nuovo libro di Pierluigi Panza dal titolo con sapore proustiano, Un amore di Raffaello, edito da Mondadori. Panza, critico d’arte del “Corriere della Sera” e membro della giuria tecnica del premio letterario “Città di Como” giunto alla settima edizione, racconta la vita del grande artista nel quinto centenario della morte partendo proprio da questo dipinto, uno dei suoi più rappresentativi e da lui custodito nel proprio studio fino alla morte. Ed è proprio la Fornarina a prendere la parola in questo romanzo.
Panza, l’Italia è all’altezza del genio Raffaello? Riesce a rendergli omaggio al di là dell’occasione e della retorica?
«È un rapporto poco emozionale quello esistente tra Raffaello e la contemporaneità. Raffaello, come Petrarca, è un santino del Rinascimento relegato a un breve studio scolastico e poi lasciato lì come qualcosa di perfetto ma intangibile e inattuale. Proprio perché il suo ideale di bellezza e la sua figura ci appaiono oggi così lontane, ho scritto un libro sugli ultimi cinque anni di vita a fianco della Fornarina per mostrare come bellezza e amore nel Rinascimento sono assai più vicini all’idea che ne abbiamo oggi. Sesso e potere sono il motore della Roma di papa Leone X nella quale Raffaello è il principe dei pittori, amato e amante di tutte. Nella dolce vita della Roma del 1515-1520 ritroviamo il riflesso di situazioni della cronaca dei nostri giorni, come quelle della divisione tra popolo ed élite, del rapporto tra sesso e potere, del #metoo, delle cene galanti e delle nuove cortigiane».
Quanto a lungo si è documentato per l’affresco narrativo sulla Fornarina?
«Ho studiato bibliografie e cataloghi su Raffaello e i documenti sulla sua vita, che sono comunque stati raccolti nei due monumentali volumi dello scomparso John Shearman, il maggior studioso su Raffaello. Interessante è poi ripercorrere le sue tracce nel Centro Italia, da Urbino, Città di Castello, Firenze e Roma, riscoprire i suoi affreschi e, naturalmente, le opere. I documenti non sono sufficienti per scriverne una vita completamente documentata, sono come tasselli di un mosaico assai incompleto. Per questo ho ritenuto di scrivere un romanzo, ovvero qualcosa di verosimile, e non un saggio ove avremmo avuto solo scarni frammenti di vita certificati dai documenti. La Roma ricostruita nel libro è, però, proprio quella di Raffaello e i personaggi che si muovono, da quelli in bottega, ai cardinali e alle cortigiane sono veri».
Sarà mai ripetibile un genio come Raffaello nel nostro Paese?
«Raffaello fu il primo artista a sviluppare una sua factory, con una cinquantina di assistenti specializzati in singole attività. Possiamo dire che sia stato l’antesignano della Factory di Andy Warhol e anche degli artisti-brand che vanno di moda oggi. Un Raffaello di oggi dovrebbe essere qualcosa di profondamente diverso da Raffaello Sanzio poiché quest’ultimo c’è già stato».
Il suo è un esempio di narrativa che è anche saggistica: si va verso forme ibride, e quindi il romanzo in quanto tale ha un futuro secondo lei?
«Non solo in questo libro, io affido alla narrativa il compito di raccontare frammenti del passato che nascono da documenti inediti o poco esplorati o da frammenti di vita rimasti sepolti. Sì, è una forma ibrida, un modo per avvicinare dei lettori a documenti o aspetti del passato che altrimenti circolerebbero solo nei convegni universitari. È chiaro che richiede un lettore “impegnato”, cioè un minimo disponibile a seguire: penso che possa interessare il pubblico del turismo colto, quelli che visitano i beni del Fai, che frequentano le mostre d’arte… Non sono “gialli” o letteratura da spiaggia anche se ritengo che si possano leggere sotto l’ombrellone! Una letteratura meno commerciale, tuttavia, dura più a lungo nel tempo».
Raccontare è una forma di conoscenza?
«È conoscenza attraverso l’immaginazione. Il racconto disvela un mondo che non c’è e che lo scrittore fa esistere. Un mondo verosimile, che racconta qualcosa del nostro presente anche attraverso la Storia. Manzoni si inventò Renzo e Lucia per parlare del ruolo della Provvidenza e della Fede nell’Ottocento. Scrivendo del Seicento, disvelò un mondo che simboleggiava una condizione a lui contemporanea e che ha resistito già due secoli».

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