I personaggi del Corriere

Piero Catelli, l’ultimo pioniere raccontato dal figlio Michele

«Per lui lavorare era un piacere. Era passione. Non era mai un sacrificio»
Con lui se n’è andato l’ultimo pioniere comasco. È stato e rimane un emblema della migliore e più rimpianta tradizione imprenditoriale lariana.
Piero Catelli ha lasciato questo mondo cinque anni fa, il 20 gennaio. La sua straordinaria vicenda l’ha portato a fondare e a guidare un gruppo che oggi occupa 7mila dipendenti.
Partito da umili origini, è salito più in alto di tutti e la ricetta, come si ricava dalla chiacchierata che segue con il figlio Michele, attuale presidente e amministratore

delegato di Artsana Group, è un impasto di lavoro, passione e intelligenza.
Il ritratto del self made man emerge dalla sua nascita. Classe 1920, dal padre Enrico, ferroviere in Svizzera, riceve e fa fruttare un franco; la madre Filomena Saldarini, donna semplice e ricca d’iniziative, persa quando Piero ha soltanto 7 anni, gli trasferisce invece lo spirito vincente.
Il resto è storia nota e grandiosa. Piero Catelli inizia giovanissimo come contabile e quindi venditore di aghi per siringhe e termometri per la Diefenbach, azienda tedesca con sede anche a Monte Olimpino.
Nel 1946 fonda, assieme alla sorella Jolanda, l’Artsana (Articoli Sanitari e Affini) in un piccolo laboratorio di trenta metri quadrati a Sant’Agostino. Batte in lungo e in largo la Lombardia in bicicletta per far conoscere i suoi prodotti. Nel 1949 si trasferisce all’inizio di via Torno e i metri quadrati diventano duecento.
Dal suo matrimonio con Licia, che chiamerà sempre «la mia principessa», nascono tre figli: Enrico, Michele e Francesca.
Gli eventi si succedono. Nel 1958 crea il marchio Chicco. Rileva una fabbrica in provincia di Varese e crea una decina di articoli per bambini, tra i quali il biberon antisinghiozzo. Grandate diventa la sede del suo impero. Nel 1974 riceve la nomina e il riconoscimento di Cavaliere del lavoro.
Cinque anni senza suo padre. Dottor Michele Catelli, qual è, tra i tanti, l’insegnamento che le ha lasciato e in cui lei si imbatte più spesso nel suo ruolo di responsabilità?
«Al di là della sua perdita fisica, io sento mio padre ancora molto vicino. I suoi insegnamenti sono la coerenza tra il dire e il fare; il grande impegno, anche in termini di quantità; la forte etica, di cui io sento più che mai bisogno nella società contemporanea».
Se dovesse definire suo padre a beneficio dei comaschi, cosa direbbe di lui?
«Era una persona profondamente chiusa e anch’io lo sono. La sua era la tipica timidezza comasca, dietro la quale, però ci sono grandi valori. Credo che mio padre avrebbe voluto fare di più per la sua città, che l’aveva accolto molto bene negli ultimi 15 anni di vita, anche se gli aveva dato delusioni all’inizio della sua attività».
Com’era in privato il Cavalier Piero Catelli? Che cosa si concedeva?
«Era un uomo molto simpatico. Era chiuso, ma se si trovava tra persone che apprezzava sapeva aprirsi velocemente. Amava chiacchierare. Aveva una forte conoscenza di alcuni aspetti della vita, come la musica classica, che amava profondamente. Viveva bene. C’è la leggenda della sua vecchia Mercedes. Al sabato girava per negozi con l’autista e noi cercavamo di regalargliene una nuova di zecca. La provò, ma non la volle. Stava bene in quella vecchia e carica di chilometri, semplicemente perché per lui restava un’auto comoda e funzionava bene. Mio padre odiava l’ostentazione».
So che il lavoro era in realtà il suo hobby…
«Per lui era un piacere. Era passione, non era mai sacrificio. Arrivava a dirmi che se uno non amava lavorare era un imbecille. Esagerava. Ancora fino a poche settimane prima di morire era al telefono con i suoi direttori. Io ho anche altro: lo sport, i viaggi e lui mi incoraggiava. Ma mio padre era fatto così. Era un uomo post-guerra: aveva il lavoro».
Chissà quante volte le ha raccontato le fatiche dei primi anni. Quei riferimenti le sembravano lontani? Cosa le hanno trasmesso?
«Mi colpiva molto che raccontava anche ai miei figli le stesse cose che diceva a me. Mio padre aveva perso la mamma da bambino. Era rimasto profondamente segnato dal modo in cui la perse. Lei vendeva fiori nei ristoranti di sera; un inverno si ammalò di polmonite e ne morì. Mio padre ci ha trasmesso i valori delle piccole cose. Della semplicità. Ci ha fatto capire che siamo ricchi, ma solo se lavoriamo ogni giorno».
Lei è cresciuto, con i suoi fratelli, di pari passo con l’impero fondato da vostro padre. C’è un momento in cui se n’è reso conto, si è svegliato e ha detto: “Sono Catelli”?
«No. Io sono stato molto fortunato a nascere dalla parte giusta, ma i miei fratelli e io siamo stati anche bravi giovani. Abbiamo studiato. Sono stato mandato in collegio a 13 anni a Losanna, in Svizzera, dove c’erano centinaia di persone ricche. Forse anche per questo non ho mai avuto la percezione di essere un privilegiato. Tornavo a casa una volta all’anno. Poi sono andato in Francia e in Inghilterra e, in seguito, all’università a Milano. Infine sono entrato in azienda. Quando mi sono laureato, mio padre non era presente alla discussione della tesi. Aveva da fare: lavoro e riunioni, come sempre. Quando sono tornato, ho bussato al suo ufficio e gli ho detto: “Sono laureato” e lui si è messo a piangere».
Ci sono stati anni di paura. Penso al progettato rapimento di suo padre da parte di Renato Vallanzasca. Come li avete vissuti?
«Un giorno mio fratello e io rientravamo da scuola e in viale Geno abbiamo trovato macchine della polizia dappertutto. Siamo entrati in casa, ci sono state fatte alcune comunicazioni e ci sono state chieste alcune cose. Poi siamo stati mandati in camera nostra. Tre ore dopo mia madre è venuta a dirci che dovevamo partire per via di un rapimento di cui ci avrebbe poi spiegato. Il giorno dopo eravamo in Africa, poi siamo stati quattro mesi a sciare e infine in Svizzera, in collegio. Quando siamo rientrati sono stati i veri anni di paura, con guardie del corpo e auto blindate. Per me era il periodo dai 19 ai 23 anni, quello in cui dà più fastidio avere intorno qualcuno che ti controlla».
Suo padre era un uomo di fede?
«Credeva che ci fosse qualcosa e forse ci sperava, ma era molto pragmatico. Entrava volentieri in chiesa perché riteneva che se c’era qualcosa, quello era il luogo adatto, ma non seguiva le regole del cattolico classico. Quando ha saputo di avere un tumore, e gliel’ho detto io, perché aveva intuito e volle sapere, mi disse subito: “Non importa. Non voglio curarmi. Ho avuta una vita lunga, voglio vivere bene fino a quando riesco”».
So che è stato un grande benefattore. Penso, tra l’altro, alle costosissime strumentazioni da lui regalate all’ospedale Sant’Anna… Come spiegava questa dimensione a voi figli?
«Non ci ha mai detto niente. Molte cose le abbiamo scoperte dopo. Faceva del bene anche personalmente, per esempio grazie ai contatti che aveva stabilito con una clinica in America, dove mandava i dipendenti e i loro familiari quando ne avevano bisogno. Li aiutava. Era il suo modo di essere riconoscente».
Racconti un aneddoto avvenuto in azienda che sia indicativo dell’uomo.
«Lui amava girare per corridoi, magazzini e uffici e siccome la gente era lieta di incontrarlo, ma ne aveva anche timore, per far sentire che era in arrivo aveva l’abitudine di battere forte le mani. Così si scioglievano all’istante i capannelli di dipendenti riuniti intorno alla macchina del caffè. Mio padre era un uomo carismatico. Io so che i nostri dipendenti parlano ancora di lui».
Il rapporto di suo padre con Como e con i comaschi: so che ha avuto grandi amarezze perché la città, attraverso le sue istituzioni si è accorta tardi di lui…
«Negli ultimi anni sentiva di essere più considerato dalla città. Tutt’al più si concedeva qualche battuta che esprimeva la delusione a cui lei fa riferimento. Ma, più che altro, gli dava fastidio la città non curata. Però è morto in pace con Como. Davanti al suo lago e nel suo letto».
Quale è l’ultimo ricordo che ha di suo padre?
«Quando l’ho salutato per l’ultima volta. Era sereno».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine del Cavaliere Piero Catelli, fondatore dell’impero Artsana, scomparso all’età di 85 anni nel gennaio 2006
18 gennaio 2011

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