“Pippo”, l’aereo che mitragliava i treni delle Nord

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Memorie lariane
di Renzo Romano

La memoria è una scatola senza coperchio. Il tempo del nostro vivere è scandito da persone, accadimenti, luoghi. Ogni incontro, anche il più fugace, lascia un ricordo. Si affollano alla rinfusa i ricordi in quella scatola senza coperchio, si rincorrono, si confondono, si scontrano, si azzuffano. Volano via quelli pieni di nulla, ben saldi e inamovibili restano i ricordi incisi nel cuore.
Non so dove vadano a finire i primi, mi rimane il dubbio che

in realtà essi non si allontanino di molto, pronti a riapparire in tutta la loro apparente leggerezza. Nella scatola della mia memoria è guerra continua fra i ricordi. Nuovi che spingono, vecchi che non mollano, io lì in mezzo che mi lascio travolgere.
Mi ritrovo in un giorno del millenovecentoquarantacinque, tempo di guerra. Mio padre prigioniero in un lager in Germania. Di fronte alla scelta “Con noi o contro di noi” nessun dubbio: «Io sono un carabiniere del Re».
La foto della famiglia reale campeggia su una vetrina della credenza nella cucina di casa. Mia mamma tira avanti come può, in casa ospitiamo spesso i miei cugini di Milano per sottrarli ai rischi dei bombardamenti quotidiani. I miei nonni materni sono contadini, vivono a Baranzate, un paese nell’immediata periferia della capitale lombarda, hanno a mezzadria alcuni terreni vicini al paese. Una corte con la casa, le stalle, l’aia, i cavalli, i maiali, le galline, le mucche…
La mamma ha deciso di passare qualche giorno dai nonni. Una borsa con poche cose a tracolla, una mano a me, l’altra a mia cugina Sandra, saliamo sulla filovia per Como. Si scende in piazza Cavour, a piedi per la stazione: «Svelti che siamo in ritardo!». Appena il tempo di guardare le due funicolari gialle che si incontrano a metà della salita per Brunate ed eccoci in stazione. La fila per fare i biglietti. La mamma: «Un biglietto per un adulto e due per bambini per Novate, terza classe».
Saliamo sul treno. I sedili sono di legno, sotto gli scaldini scottano e rendono l’aria irrespirabile. Il treno è affollato, ci sono persone persino nei corridoi di passaggio da una carrozza all’altra.
Il fischio del capotreno, si parte. Arranca il convoglio stracarico sulla salita verso Camerlata, poi Portichetto, Fino, Lomazzo… In prossimità di Saronno il fattaccio. Un rombo in cielo, la sagoma di un aereo che volando a bassa quota si avvicina sempre più… Una voce affannata: «Pippo, arriva Pippo! Scendete tutti di corsa dal treno, scappate dietro la massicciata!». Detto, fatto. La paura sui volti di tutti. La mamma prende me in braccio e Sandra per mano, si fa largo, scende dal treno, corre verso il prato che costeggia la massicciata, si getta per terra, allarga le braccia, ci stringe forte forte in un estremo tentativo di protezione…
Pippo, così era chiamato quel maledettissimo piccolo aereo che si “divertiva” a mitragliare i treni delle Nord, sempre più vicino. Il rombo terrificante, una sventagliata di proiettili sul treno fermo in mezzo alla campagna, io e mia cugina Sandra distesi per terra avvinghiati alla mamma. Minuti interminabili, silenzio rotto solo da qualche voce concitata, poi il temuto: «Arriva ancora, Pippo sta ritornando!». Altra sventagliata di colpi, par di vedere il sogghigno di quell’eroe dell’aria orgoglioso di tale prodezza.
Il ricordo di quel mattino di paura è quell’abbraccio della mamma, la sua calma, il suo sorriso. La rivedo che al cessato allarme si rialza, prende me e mia cugina per mano, ci riporta sul treno, trova posto vicino al finestrino.
Volato via Pippo con il suo carico di terrore e di assurdità, finalmente si riparte. Scendiamo a Novate. Dietro le sbarre abbassate del passaggio a livello intravedo un carro trainato da un cavallo marrone, le redini ben salde fra le mani di mio zio Peppino.
È il mio preferito lo zio Peppino, mi prende in braccio, mi fa sedere accanto a lui, mi passa le redini e: «Dai Renzo, conduci tu il carro, attento alla Linda che fa le bizze se sei brusco con lei…». Linda è la cavalla dei nonni, la compagna di Gino, tanto calmo e posato lui, tanto ribelle e irrequieta lei. Oggi però Linda è tranquilla, non scalpita, segue docilmente il mio incerto “tiramolla” delle redini. Mia cugina è seduta sul carro con i piedi penzoloni, la mamma chiacchiera con lo zio…
Finalmente Baranzate, la corte, nonna Speranza, nonno Cesare, i miei cugini Franco e Tino, il granaio, Gino il compagno di Linda, il letame ammucchiato in un angolo della grande corte, mia zia Carla che snocciolando un cantilenante “pio pio” distribuisce il mangime seguita da un codazzo di oche, galline, pulcini…
In casa un tegame enorme sul camino, un profumo intenso di risotto. La padella è di stagno, il riso attacca sul fondo, mi aspetta una pacifica domestica guerra con i miei cugini tutti armati di cucchiaio di legno per accaparrarci la crosta.
La Linda irrequieta e il Gino compassato, Pippo che mitraglia… piccole grandi storie che riemergono con il loro irresistibile carico di malinconia. Nessun rimpianto, con un’eccezione: le “croste” del risotto. Accidenti alle padelle antiaderenti.

Nella foto:
Un’immagine di “Pippo”, come veniva chiamato, quasi esorcizzando la paura, l’aereo tedesco che bombardava i treni delle Ferrovie Nord

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