Pirandello in anteprima

Stagioni – Alle 21.30, al Teatro San Teodoro di via Corbetta, il regista del Litta di Milano si mette alla prova con il Nobel
Èun teatro di soli 200 posti, il San Teodoro di via Corbetta 7 a Cantù, ma per la sua prima stagione di spettacoli dopo il lungo restauro, sostenuta dalla consulenza artistica del Teatro Sociale di Como, può permettersi un evento come l’anteprima di un Pirandello di tutto rispetto. È la versione de L’uomo dal fiore in bocca (del 1923, due anni dopo la nascita del teatro brianzolo) che il regista Antonio Syxty (lariano di adozione, ha vissuto a Camerlata) fa debuttare oggi alle 21.30 per poi
portarla, con tanto di laboratorio aperto ai milanesi, nel suo Teatro Litta di cui è condirettore.
La pièce è un caposaldo della drammaturgia pirandelliana, ed è interpretata da Francesco Paolo Cosenza nel ruolo del protagonista e da Niccolò Piramidal nel ruolo dell’avventore. Ingresso 15 euro. Scene e costumi sono di Guido Buganza, assistente alle scene Giulia Breno, assistente alla regia Antonio Pinnetti, luci e immagini di Fulvio Melli.
Protagonista dell’atto unico è un uomo malato di tumore (un epitelioma) e condannato a morire. Per chi, come lui, sa che la morte è vicina, tutti i particolari e le cose, insignificanti agli occhi degli altri, assumono un valore diverso. Il suo interlocutore è un avventore del caffè, un uomo qualsiasi che la monotonia e la banalità della vita quotidiana hanno reso scialbo, ordinario e vuoto a tal punto che il dialogo fra lui e il protagonista finisce col diventare un monologo.
Syxty è celebre fin dagli anni ’70 per messe in scena che mescolano linguaggi e stili. «È la prima volta che mi metto alla prova con Pirandello – dice – Ho voluto agire su tre elementi portanti. Il primo è il tempo. Tutta la conversazione in scena si svolge nel corso di una notte. Più importante ancora è il secondo aspetto, il mistero che aleggia su tutta l’opera e simboleggia il dialogo tra la vita e la morte, attraverso il male incurabile di cui soffre il protagonista. Che però non si vede, è solo suggerito. Così come ho scelto di suggerire con un gioco scenico la figura della moglie, che insegue dietro l’angolo il protagonista». «Al di là della patologia “terminale” del protagonista – prosegue il regista – rimane forte un interrogativo: come guardare alla vita, nel momento in cui si sa di avere i giorni contati? In questo senso, mistero e tempo vanno in sincronia. Il terzo aspetto che sottolineo è il tema dell’“immaginazione”: ricorre spesso nel testo pirandelliano – che rispetto alla lettera mettendo al bando ogni attualizzazione – la parola “immaginare”. Il protagonista, che ha “addosso la morte”, ha appunto bisogno di “immaginare” le vite degli altri per poter vivere gli ultimi istanti della propria. Una dimensione che strazia».
Come intende conquistare il pubblico con questo classico? Syxty vuole uscire dal circolo vizioso dei “pirandellismi” che tendono a concentrare l’attenzione solo sull’attore e sui suoi virtuosismi. «Ho chiesto a Guido Buganza – che oltre a essere uno scenografo è anche un bravissimo pittore – di immaginare qualcosa che fosse più simile a un’installazione d’arte che una scenografia. L’opera viene “visitata” dagli attori in scena come fosse una galleria, cioè uno spazio già codificato e organizzato. L’opera ricorda le volumetrie spaziali delle torri di Anselm Kiefer o delle sculture di Anish Kapoor, e chiede di essere “abitata” dal corpo umano. L’opera è poi “vissuta” anche da una proiezione di una performance della coreografa e musicista Meredith Monk, guru della scena americana di ricerca fin dagli anni Sessanta, accompagnata da un tappeto sonoro di musiche di Philip Glass e di altri autori minimalisti, che apre di fatto lo spettacolo. La pièce pirandelliana insomma viene collocata in questo sistema, come fosse a sua volta un’altra opera d’arte». Syxty non a caso vede il testo di Pirandello come «un ready made» cioè un’opera d’arte che vive dell’accostamento di materiali appartenenti alla realtà quotidiana, come fece uno dei suoi maestri ispiratori, il dadaista Marcel Duchamp. «In questo modo penso di aver prodotto un lavoro non convenzionale, che con un approccio molto sincero e diretto fa rivivere un classico del nostro teatro in un contesto accettabile per il pubblico di oggi».

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
La platea e il palcoscenico del Teatro San Teodoro di via Corbetta 7 a Cantù

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