Cronaca

Pistole e revolver dalla Svizzera al Comasco. Ecco dove si rifornivano i boss della Brianza

alt’Ndrangheta sul Lario
Un misterioso sodale di Lugano forniva armi e munizioni in caso di bisogno
(m.pv.) Armi dalla Svizzera all’Italia per essere usate in caso di bisogno. Una eventualità sempre d’attualità, anche tra chi cerca protezione nella malavita organizzata. Una eventualità presente anche nel caso di frizioni tra due gruppi opposti, che magari fanno capo a famiglie diverse.
Sì, quelli scontri interni che non sono più prerogativa di altre parti d’Italia e di mondo, ma anche della nostra provincia. Messaggio fin troppo evidente lanciato dall’ultima ordinanza di custodia

cautelare in carcere eseguita su richiesta della Dda di Milano e che ha portato in cella 13 persone, molte delle quali della nostra provincia. Armi, dicevamo. Perché la malavita, per imprimere il proprio marchio di terrore sul territorio, ha bisogno anche di quelle. Armi ovunque, nascoste anche alle rotonde e sempre pronte all’evenienza, come dice Giuseppe, il figlio del boss Antonio Galati di Cabiate, parlando con un amico: «Vado a prendere la roba “abrasata” a Bergamo… canne mozze e 45 magnum elaborata», dice l’amico. «Ma ce l’abbiamo noi! Devi andare fino a Bergamo?». «A Perticato, lì alla rotonda?». «Ma pure un po’ più vicino».
Ma c’è un altro canale “caldo” per l’approvvigionamento delle armi, ed è il Canton Ticino e la Svizzera. Lugano, per la precisione. E l’importanza di questa piazza emerge da un ennesimo fatto contenuto nelle inquietanti 800 pagine dell’ordinanza.
In questo caso sono tre fratelli ad avere problemi, in quanto vittime di atti intimidatori. Ma non fatti da piccoli criminali, questa volta, bensì da personaggi di spicco della ’ndrangheta, tra cui quel Rocco Cristello poi ucciso in un agguato a Verano Brianza e quello che oggi è il pentito per eccellenza della malavita organizzata di stampo calabrese, Antonino Belnome. I tre fratelli – due residenti nel Comasco, ad Arosio e a Mariano Comense, uno appena fuori provincia – subiscono azioni pesanti: spari contro l’auto, una molotov sul balcone, addirittura in una chiamata al videocitofono con un uomo non conosciuto che mostra una pistola. Poi, in chiusura, un brutale pestaggio in un bar. Il tutto perché due fratelli sono disposti ad essere taglieggiati, il terzo no.
«L’hanno picchiato nel bar – dice Antonio Galati in una intercettazione – Hai capito? Sono entrati nel bar, è entrato Belnome con un altro e l’hanno picchiato».
La chiosa è tristemente frequente nelle pagine della Dda: la vittima chiama il boss per chiedere aiuto. «Cosa devo fare?… chiama sto Antonio (Galati, ndr)».
Ma il capo è agli arresti domiciliari. E allora è un altro componente della famiglia che si mette in macchina con i fratelli, passa il confine e arriva a Lugano da una persona allo stato non identificata. Un Mister X che avrebbe poi «fornito senza problemi le armi» da usare per difendersi: due revolver calibro 38, una pistola calibro 9 e sedici proiettili. La chiosa della Dda è amara: «L’episodio conferma come l’omertà sussiste anche in territori distanti per cultura da quelli dove l’associazione è nata. E ciò grazie alla capacità della ’ndrangheta di “colonizzare” territori attraverso l’esportazione dei tratti del metodo mafioso».

Nella foto:
Oltreconfine
L’inchiesta della Dda è arrivata anche oltreconfine, per la precisione a Lugano, dove sarebbero state fornite delle armi al sodalizio criminoso dei Galati
31 Ottobre 2014

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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