«Più tasse ma anche più diritti». Il giudizio dei sindacati italiani sulla nuova intesa fiscale con la Svizzera

Italia Svizzera

Soddisfatti per il dialogo, iniziato – dicono – prima che vengano prese le decisioni e non a cose fatte, come invece avvenuto nel 2015. Ma cauti sui contenuti di un accordo «di cui non si conoscono i dettagli, e che comunque presenta qualche punto dubbio».
Due giorni fa, i dirigenti dei sindacati italiani e svizzeri che rappresentano i frontalieri si sono confrontati, in video-conferenza, con il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani (Pd) per iniziare a discutere i termini dell’intesa fiscale che l’Italia vorrebbe siglare con la Svizzera per chiudere finalmente, e una volta per tutte, il negoziato sulla revisione del trattato sulla doppia imposizione del 1974.
Il «cambio di metodo» – così lo definisce Giuseppe Augurusa, Cgil, è stato giudicato da tutti un passo importante. Ma non ha ovviamente risolto le questioni sul tavolo. Che rimangono molto numerose.
A partire dal cosiddetto «doppio binario», che per la Cgil – come ha spiegato lo stesso Augurusa – è un tema irrinunciabile. «Assegnare a vecchi e nuovi frontalieri condizioni diverse risponde sicuramente al bisogno di consenso della politica – dice il sindacalista – ma scarica sui futuri lavoratori italiani in Ticino molte delle contraddizioni oggi rimaste sostanzialmente senza soluzione».
Il doppio binario si riferisce all’ipotesi di mantenere per gli attuali frontalieri il sistema fiscale in vigore e di applicare sui nuovi quello che sarà introdotto dall’accordo rivisto e votato dai Parlamenti di Roma e di Berna.
«Come soluzione non la escludiamo – dice ancora Augurusa – ma crediamo che debbano esserci meccanismi compensativi. Diversamente, il rischio è di favorire un inedito dumping salariale». I nuovi arrivati, spiega il sindacalista della Cgil, «in assenza di adeguate misure di accompagnamento, saranno oggettivamente più deboli è quindi più ricattabili».
Augurusa ha anche insistito sul superamento delle fasce. Oggi il sistema fiscale è duplice: uno, più conveniente, per chi abita entro i 20 km dal confine. L’altro, meno vantaggioso, per chi vive oltre i 20 km dal confine. «Nel 1974, quando venne siglata la prima intesa, la totalità o quasi dei frontalieri viveva nei paesi a ridosso del Ticino, oggi ci sono tra le 10 e le 15mila persone che giungono da Milano o da Novara. Mantenere in piedi le due fasce è anacronistico».
Su questo punto, e più in generale sulla «ridefinizione giuridica della figura del lavoratore frontaliero», ha insistito anche Raimondo Pancrazio, della Uil. «Non basta parlare dei due “binari” – dice Pancrazio – ci sono cose che a nostro avviso sono molto più importanti. Faccio un solo esempio: il lavoro a distanza, il cosiddetto smart working. Prima del Covid riguardava pochissime persone, oggi ha un impatto enorme. La convenzione del 1974 prevede che i frontalieri, per essere tali, attraversino fisicamente la dogana. Ma è chiaro che i tempi e i modi del lavoro sono cambiati. Ed è fuori luogo pensare che ci sia un trattamento fiscale diverso tra chi lavora in azienda e chi è in smart working. In Italia c’è parità di trattamento, lo stesso deve accadere con i frontalieri». Nel momento in cui si mette mano a un accordo destinato a durare molti anni, dice ancora Pancrazio, «bisogna guardare al futuro». E il futuro, sembra dire chiaramente il sindacalista della Uil, sarà sempre di più a misura delle tecnologie informatiche che annullano lo spazio e accorciano il tempo.
Pancrazio aggiunge poi una postilla, che pesa tuttavia moltissimo sul giudizio finale che i sindacati daranno del nuovo accordo: «Va bene le tasse, ma ci sono anche i diritti».
Di che cosa si tratta lo spiega bene Mirko Dolzadelli, della Cisl. «Una volta finito lo scambio “più soldi meno tutele”, servirà qualcosa che protegga i frontalieri, a maggior ragione ora che siamo di fronte a uno scenario di grande crisi, paragonabile a quella vissuta nel 2008. Rischiamo di perdere molto lavoro, e dobbiamo quindi investire su formazione e competenze. I frontalieri devono poter attingere a percorsi oggi destinati soltanto agli svizzeri», ad esempio sulla formazione o sul reinserimento nel mondo del lavoro. Dolzadelli ribadisce che il sindacato è pronto a «prendere atto del superamento dell’intesa del 2015», ma che «il percorso è soltanto all’inizio. L’accordo sarà molto complesso, anche perché giunge in un momento di particolare difficoltà».
Il sindacalista della Cisl dice la sua pure sul tema dei ristorni, uno dei nodi probabilmente più difficili da dipanare. La proposta sul tavolo prevede una fase transitoria di 15 anni durante la quale il governo italiano dovrà accantonare in un fondo le risorse da redistribuire poi ai Comuni. «La gestione degli introiti verso le realtà di confine avrà ripercussioni sugli investimenti e sul potere d’acquisto del territorio. Anche su questo serviranno garanzie. Così come su quello che noi chiamiamo lo “statuto dei frontalieri”, tema sul quale è aperto un tavolo alla Farnesina».

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