Politecnico, addio costosissimo. Senza il “motore” della conoscenza, città senza futuro

Il Polo Territoriale di Como è il più antico fra le sedi non metropolitane del Politecnico di Milano, fondato nel 1989 grazie alla collaborazione con la Camera di Commercio e l’Unione degli Industriali di Como. Ma il trentennale potrebbe coincidere con un addio, nonostante nel 2016 sia stata inaugurata la residenza universitaria alla Presentazione: il matrimonio potrebbe finire tra qualche anno, se dal Lario non si troveranno fondi da dedicare allo sviluppo dell’ateneo.

Con quali conseguenze? Tratteggia uno scenario l’architetto Angelo Monti, già presidente dell’ordine lariano (è stato impossibile rintracciare l’attuale presidente Michele Pierpaoli in carica fino a dicembre). «Vogliamo limitarci a far diventare Como un bel resort? Senza attori forti come il Politecnico – dice Monti – sarebbe destino plausibile. Andremmo a perdere molte opportunità, è fuori di dubbio. E c’è un assordante silenzio su questi temi. L’ho già detto in un mio studio uscito nel volume della Camera di Commercio “Capitale città”: Como ha un potenziale “polo della formazione” che si sviluppa lungo la linea del Cosia e da lì a Sud, tra San Martino, dove si sognò il Campus, alle Caserme da recuperare. Un asse dove varie infrastrutture scolastiche potrebbero essere un forte elemento di coesione. Senza Politecnico, il ragionamento perde un motore fortissimo nel progetto del sistema urbano».

Ma c’è di peggio. Como incanutisce, e alla svelta. «Occorre sempre più un ricambio generazionale – dice Monti – Abbiamo un tasso di invecchiamento che è elevatissimo, e qui non ci vuol molto a capire che un polo universitario è fondamentale anche sul piano sociale oltre che permettere di attivare processi pilota, che lavorino sull’innovazione e sull’innesto di nuove economie. Senza Politecnico viene meno un forte pilastro». E poi c’è lo smacco transfrontaliero. «Il progetto iniziale voleva Como “massa critica”di una formazione di eccellenza a vocazione internazionale. Proprio come si è fatto all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Con l’addio al Politecnico si perderebbe per strada un “motore di rigenerazione” urbana, in una città che ha motivi di attrazione invidiabili ed è sulla frontiera».

Orientato al pessimismo è il parere dell’architetto Attilio Terragni, docente di architettura a Dessau e discendente del grande razionalista Giuseppe Terragni. «Anche io dico ai comaschi: imparate da Mendrisio. Ma constato che ogni attività che viene a Como è destinata a morire. È come mettere un fiore nel ghiaccio o nel terreno sbagliato. Perché le idee crescano serve il suolo adatto. E chi rimane è un eroe. Peccato, non si vive solo di buone intenzioni: servono fatti. E non nascondiamoci dietro a un falso problema: mancano i fondi? Io dico che manca un terreno fertile dove le attività crescano e portino ricchezza. È disastroso mettere a capo di tutto l’economia. Si progredisce in funzione della qualità, perché i soldi vanno dove possono crescere».

Per Francesco Murano, docente della Scuola di Design del Politecnico, autore come Lighting Designer di molte illuminazioni di mostre d’arte in tutta Italia, «nessuno si è preso la briga di promuovere il legame con il Politecnico, e così si perde l’occasione di essere un polo di formazione perché si è investito poco sul territorio e sui giovani, come ad esempio ha fatto Padova. Anche la sede di via Natta non è stata adeguatamente valorizzata, ospitandovi per lo più uffici amministrativi».

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