Prericoveri da una parte, ricoveri dall’altra. Non è una soluzione ideale

Parole come pietre

di Marco Guggiari

La prospettiva che, a nuovo ospedale inaugurato, ci si divida in due sedi per esami e visite finalizzati a interventi chirurgici (che saranno effettuati nella vecchia sede di via Napoleona) e operazioni (che avverranno invece nella struttura di Montano Lucino-San Fermo) non convince.
Comprendiamo che, così facendo, si mette in cantiere la certezza di un utilizzo sanitario già sicuro e definito di una parte del vecchio presidio. Capiamo anche che la logica in base alla quale è stato pensato

questo tipo di organizzazione ha il pregio di garantire l’intervento programmato nel giorno stesso del ricovero, eliminando ogni ulteriore attesa.
Resta però il fatto che di norma i pazienti non gravitano, per prericoveri e ricoveri, in due luoghi fisici diversi e tra loro distanti. Pur privi di competenze per affermarlo con argomenti inconfutabili, intuitivamente, ci sembra che la prospettiva descritta sia inusuale e non certo ideale.
Consideriamo l’aspetto pratico del contatto diretto tra il paziente e il medico che poi opererà: ciò è evidentemente impossibile dove egli non è fisicamente presente. Significa rinunciare a un aspetto importante, tipico di un ospedale di qualità, ma al tempo stesso a misura di persona, per così dire “familiare”.
Consideriamo inoltre l’elemento psicologico. È come se nel momento in cui abbiamo finalmente un gioiello sanitario, decidiamo di farlo brillare di meno, marciando in un certo senso lungo due direttrici anziché per la strada maestra. Nei grandi (anche per eccellenza) ospedali del Milanese non è così. Tutto avviene in un’unica sede. Perché cambiare a Como? Meglio pensarci bene.

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