Presunto reclutatore islamico arrestato in Ticino. Una vicenda che porta in Italia

Terrorismo

Che il Canton Ticino non potesse essere esente dai rischi di infiltrazioni legati ai reclutatori dello Stato islamico era già emerso nelle precedenti operazioni di polizia compiute tra Como, Lecco e Milano.
La conferma – che getta un ulteriore velo di inquietudine sul territorio insubrico – è arrivata nelle scorse ore con l’arresto di un 32enne nato in Turchia ma residente e «bene inserito» (come riportano i quotidiani elvetici) nel tessuto sociale di Lugano.
Lavorava in una ditta di sicurezza privata, aveva acquisito i titoli di studio in Ticino, giocava molto bene a ping pong e aveva insegnato l’arte della piccola racchetta ai ragazzi. E poi frequentava la moschea di Viganello, che tuttavia sarebbe estranea alla contestata attività di reclutatore per conto dell’autoproclamato Stato islamico.
Ma eccoci al filone che porta in Italia.
Il 32enne era amico di Abderrahim Moutaharrik, il campione di kickboxing che si muoveva tra il Ticino, il Comasco e il Lecchese, condannato a sei anni di reclusione in quanto sospettato di terrorismo internazionale per presunti legami con l’Isis (il nome dell’amico turco compare anche nell’ordinanza che portò all’arresto del kickboxer).
Indagine quest’ultima che era nata dalla denuncia di una nonna comasca, privata dei nipotini e della figlia di Erba scomparsa nel nulla con il marito e forse finita proprio in Siria. Anche un secondo indagato (a piede libero) dell’inchiesta nata in Canton Ticino sarebbe stato amico del campione di kickboxing, che del resto proprio in Ticino si allenava. Ma non è tutto, perché un altro filo lega quello che sta avvenendo oltre confine a ciò che già era successo in Italia, tra Como, Lecco e Milano.
Ed è la presenza di reclutatori ticinesi nella nostra provincia.
A parlarne era stato anche il ministro dell’Interno Angelino Alfano nel decreto che solo poche settimane fa, nel dicembre del 2016, aveva portato all’espulsione dall’Italia di un tunisino residente da anni a Lurago d’Erba. Pure quest’ultimo – dopo indagini condotte dalla Digos – era stato ritenuto vicino ai reclutatori di guerriglieri per conto dello Stato islamico, tanto che avrebbe preso parte in prima persona alla guerra che aveva sconvolto negli anni passati gli Stati dei Balcani.
Il tunisino espulso dall’Italia frequentava l’associazione culturale islamica di via Pino a Camerlata, dove era passato anche quell’Oussama Khachia poi morto in guerra, e la cui sorella è stata condannata di recente a 6 anni nella stessa inchiesta che ha incastrato il campione di kickboxing.
E proprio in via Pino, sostengono gli inquirenti italiani, era stata rilevata una «stabile connessione operativa» con una filiera di reclutamento jihadista stanziata in Canton Ticino, con emissari notati presso il luogo di culto di Camerlata.
Non è dato sapere se tra questi emissari ci fosse anche il giocatore di ping pong turco, ma la preoccupazione è comunque reale per una ramificazione di contatti da una parte all’altra del confine che appare sempre più fitta.

Articoli correlati