Processo paratie, Gilardoni: «Le scelte adottate erano quelle giuste»

Como, il cantiere per la paratie

«Posso dire una cosa? Anche oggi, dopo essermi fatto il carcere, ritengo che la scelta che abbiamo fatto è stata la migliore. Ancora oggi mi chiedo perché non avremmo dovuto farla. Il cantiere delle paratie del Lago di Como sarebbe già stato chiuso da un anno».
A parlare, di fronte al Collegio del Tribunale e al pubblico ministero Pasquale Addesso, è Pietro Gilardoni, ex dirigente del settore Reti del Comune di Como, colui che, per usare le sue parole, «conosce l’opera delle paratie antiesondazione meglio di chiunque altro». Ha atteso il suo momento per mesi, da quando fu arrestato nell’ambito delle indagini sulla maxi opera pubblica incompiuta. Di fronte al Gip fece dichiarazioni spontanee ma non rispose alle domande. In parte per capire quali fossero le contestazioni, in parte per una precisa scelta processuale concertata con i legali Luisa Scarrone ed Edoardo Pacia.
Ma Gilardoni – lo si era già capito nelle precedenti udienze – non vedeva l’ora di parlare e fornire la sua versione dei fatti su quanto gli veniva contestato, dallo spacchettamento della perizia all’affidamento degli incarichi per portare a termine la grande opera incompiuta. Opera che, stando a quella che era la tempistica dei lavori prevista, oggi sarebbe stata ultimata («già da un anno», ha detto Gilardoni in aula).
Udienza interessante insomma, utile a ripercorrere tutta l’opera nella sua ultima fase, quella dall’avvento della giunta di Mario Lucini in avanti. «Era un sindaco molto presente – ha detto Gilardoni – Faceva anche le foto dei tombini sconnessi e me le mandava via Whatsapp… Non so se sto facendo il suo bene dichiarando queste cose», ha scherzato Gilardoni.
Dirigente all’attacco
L’ex dirigente ha risposto a tutte le domande formulate per oltre sei ore. Un esame che proseguirà nella prossima udienza anche perché è stato proprio Gilardoni il cardine di tutta l’inchiesta e il perno attorno a cui sono ruotate molte contestazioni. E nelle risposte del dirigente non sono mancati anche accenni polemici alla Regione e a Infrastrutture Lombarde («Che ci lasciarono da soli, eppure sapevano tutto») e ad Anac: «Scrissi una lunga relazione con tutti gli errori che avevano fatto, non capirono ad esempio che i parapetti che indicarono come “storici” erano in realtà quelli nuovi… Il sindaco mi sgridò, perché non avrei dovuto fare appunti ad Anac, ma io quello che ho da dire lo dico».
«Siamo comaschi»
«Sembra che oggi non ci siano più comaschi in giro – ha proseguito Gilardoni – Solo io mi ricordo delle pressioni che c’erano allora? Solo io mi ricordo dell’urgenza? Ogni giorno eravamo massacrati dai media e dalla gente. Non potevamo più sbagliare, indipendentemente da quello che era stato fatto prima di noi». Gilardoni è preciso, dettagliato nella sua ricostruzione. E anche ironico: «Quando arrivai il primo giorno in Comune vidi un uomo della Corte dei Conti. A pensarci oggi non fu un bel presagio. Mi disse: “Hai un bel coraggio”. Si riferiva all’essermi preso l’incarico del cantiere delle paratie».
Il progetto
«Studiai le carte per un’estate. Capii che saremmo andati in guerra senza le armi. La perizia di variante numero 3 doveva essere risolutiva e portare l’opera alla conclusione. Ci dissero: “Basta soluzioni parziali”. Ma c’erano 490 elaborati da fare e non avevamo le forze».
Da qui gli incarichi all’esterno a chi aveva fatto lo studio di fattibilità: «Dovevamo fare in fretta. Quale soluzione migliore se non coinvolgere chi già aveva studiato il progetto? Era la decisione più ragionevole e meno costosa. Non fu imposta da nessuno. Affidammo il paziente da operare a chi già lo aveva visitato. Il sindaco? Era molto presente nella vita del Comune, voleva sapere tutto. Ma non impose nulla. Era solo la scelta più ragionevole. Tra l’altro, i professionisti scelti avevano presentato uno studio di fattibilità splendido. Anche la perizia era ottima e fu approvata da tutti senza una sola segnalazione. Mi sarebbe piaciuto vederla realizzata».
Lo spacchettamento
«Non è stato un artificio. Lo sapevano tutti: il Comune, i giornali, gli ordini professionali. Non è stato uno spacchettamento ma progettazioni separate che abbiamo riunito. Chiesi se si poteva fare, mi dissero di sì e lo facemmo. C’era chi mi diceva di nuotare dove l’acqua è bassa, ma perché avrei dovuto farlo se avevo il via libera di tutti? C’era il bisogno di fare in fretta ed era la via più economica e veloce».
La sorpresa geologica
«Sono di Bellagio, conosco Como – ha detto Gilardoni – So bene che non può essere una sorpresa prevedere il fango sotto piazza Cavour. Ma nemmeno io mi aspettavo di trovarne 22 metri. Sapevo che il limite dell’errore progettuale per la risoluzione del contratto con Sacaim era del 20% sull’ammontare complessivo dell’opera, ma secondo i miei calcoli navigavamo intorno al 15-16%. Eravamo vicini al limite ma non al di sopra. Di certo, e qui lo confermo, c’erano errori progettuali, altrimenti non avremmo fatto tre perizie». Poi Gilardoni ribalta la domanda al pm: «Risoluzione del contratto avrebbe significato causa con Sacaim. E se poi il giudice avesse detto che l’errore era del 17% e non del 23%? Chi avrebbe risarcito la città del danno? L’Anac?».
Conclusioni amare
Invece, «per curare la malattia si è ammazzato il malato e oggi vediamo tutti come siamo messi», è stata la chiosa di Gilardoni. «Ormai nelle amministrazioni pubbliche c’è il terrore ad agire per la paura di risvolti giudiziari. Se si potesse non si firmerebbero più nemmeno le cartoline con gli auguri di Natale».
Mauro Peverelli

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