Professione ostetrica, 1.500 volte in sala parto

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Natività quotidiana
La comasca Elena Vincifori e la nascita «Un miracolo che non finisce di stupire»

C’è chi vive la nascita tutto l’anno, di giorno e di notte, per scelta e professione. E, a pensarci, nella Vigilia della festa che celebra il Bambino, è l’ostetrica la figura contemporanea più affine a questo evento. Elena Vincifori, comasca, sposata e mamma di due figli, è in sala parto dal 1992. Ha assistito almeno 1.500 primi vagiti all’ospedale Valduce. Diplomata alla clinica-ginecologica Mangiagalli di Milano, ha anche conseguito la laurea in Scienze infermieristiche e ostetriche all’Università

Cattolica di Torino, dove ora ha una docenza.
Fa parte del Collegio interprovinciale delle ostetriche di Como e Lecco che conta 350 iscritte. Tra loro anche molte giovani, a riprova di un’attitudine che non si estingue, benché il tempo medio di attesa per l’ingresso nella professione sia di tre anni con concorsi ai quali si presentano fino a 1.700 candidate.
Dottoressa Vincifori, com’è nata in lei questa vocazione?
«La mia è una vocazione tardiva. Ero già mamma e desideravo compiere un percorso formativo che mi avvicinasse alle persone. La passione è cresciuta lavorando in ospedale, in un ambito nel quale ci sono emozione e gioia e, fortunatamente, il più delle volte si sorride. E questo è consono alla mia natura».
Qual è la parte più faticosa del suo lavoro: i turni, assistere alle sofferenze delle partorienti, o che altro?
«Ciò che è più faticoso è reggere il coinvolgimento emotivo. Ogni donna è diversa e nella relazione con lei io sono pienamente coinvolta. Pur comportandomi da professionista e senza perdere lucidità, devo sostenerla e accompagnarla. E questo è indubbiamente faticoso, anche perché è importante dare il massimo con ciascuna e non cedere alla stanchezza, magari quando le partorienti si susseguono una dopo l’altra?».
In che modo riesce a stare vicina a una donna che vive la sofferenza delle doglie?
«Molte donne oggi chiedono l’anestesia epidurale, proprio per alleviare la sofferenza. Il tipo di vicinanza dell’ostetrica, in ogni caso, è la sua presenza. È informare la partoriente in tutti i casi in cui è necessario, oltre che rispondere alle sue domande. Quando il dolore diventa più intenso, non si parla più. Nessuno ne ha voglia, ma si è presenti. Si è lì, si chiede alla donna se ha sete, le si tiene la mano, si invita il marito o il compagno a fare altrettanto».
Quali atteggiamenti coglie nelle partorienti in vista dell’evento che cambierà radicalmente la loro vita?
«Questa consapevolezza viene dopo. L’interesse preponderante verte sul parto. C’è paura, soprattutto in chi si appresta a mettere alla luce il primo figlio. Quando poi quel figlio è finalmente tra le braccia, la mamma, pur sudata, stanca e sporca, sente di aver raggiunto la vetta della montagna, come mi piace dire. Svanisce la sua grande fatica. E posso affermare che l’accoglienza della vita c’è sempre, anche nelle gravidanze più difficili, in quelle non cercate, con partner che non ci sono, con la casa che manca?».
Al di là del parto, quali sono i timori ricorrenti?
«Che ci siano problemi di salute per il bambino. Quante donne dicono: “Fate ciò che volete, l’importante è che il bambino stia bene”? Anche donne con problemi familiari o economici, per esempio a causa della disoccupazione, sono serene».
E i sogni ricorrenti?
«Non c’è in quella fase un sogno che riguarda il futuro. Ogni mamma è molto centrata sul figlio che deve nascere e che poi è venuto alla luce. Prevale il vissuto immediato. C’è la preoccupazione che il bambino si attacchi al seno e mangi. Quando la mamma vede che succhia, è rasserenata».
Sono cambiate le neo-mamme di oggi rispetto a quelle di qualche decennio fa?
«È cambiato il fatto che, in generale, le partorienti sono meno disposte a convivere con l’esperienza del dolore e con la sua lunga durata. La richiesta di analgesia e, talvolta, di parto cesareo, è diretta espressione della cultura odierna nella quale la donna non vuole perdere il controllo di se stessa e desidera restare ordinata. Il dolore, però, è la traccia della trasformazione che avviene in questo evento straordinario; è una componente costitutiva e, in sé, non negativa del travaglio. Ciò non toglie che quando si va oltre, quando il dolore è patologico, è la stessa ostetrica a proporre la parto-analgesia».
Tra le tante storie di mamme e bambini che ha vissuto ce n’è una che l’ha colpita particolarmente?
«Mi ha colpito molto una mamma che dopo l’esperienza negativa della prima nascita è giunta in sala parto terrorizzata. Ha partorito in un quarto d’ora, io le ho tenuto la mano, ho risposto alle sue piccole richieste post-parto e lei, due giorni dopo, quando sono tornata al lavoro, mi ha ringraziato in continuazione per il poco che avevo fatto. Per quella mamma, evidentemente, aveva un significato importante e me lo ha dimostrato».
Com’è il miracolo della nascita vissuto ben oltre mille volte in diretta?
«Il bambino, quando nasce, non finisce mai di stupire. Prima intravedi appena il suo cuoio capelluto e un attimo dopo il bimbo è lì, bello, roseo e che piange? Vorrei aggiungere che nella fatica del parto e del lavoro le donne si aiutano. La relazione che si instaura tra partoriente, marito e ostetrica è quella del lavoro di squadra. Quando il bimbo nasce, la gioia è della mamma, ma anche di chi ha lavorato in gruppo, benché i ruoli prevedano un’utente e una professionista. Ecco, il miracolo della vita è anche lavorare insieme per arrivare a questo obiettivo».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un neonato nella culla di un nido all’ospedale, poche ore dopo la nascita. Quando il bimbo nasce, la gioia è della mamma, ma anche di chi ha lavorato in gruppo

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