Puppa-tick. La bambina nei crepacci

Nel trentennale della tragedia di Vermicino, un libro che ha l’intensità emotiva di Bambini nel tempo di Ian McEwan parla forte e chiaro a tutti. Perché tutti siamo stati figli, e quindi dovremmo leggere Puppa-tick. La bambina nei crepacci (pp. 12, 12 euro). Per tentare almeno di capire l’amore che ogni genitore dona alla prole. Dopo aver tirato le orecchie ai colleghi con il saggio storico (e  anche pamphlet) I dentisti… dovrebbero devitalizzarli da piccoli (Robin), ora l’autore, Giorgio Albonico, odontoiatra e scrittore comasco, torna con la storia vera di una bambina 11enne, Carla soprannominata “Puppa-tick”, smarrita tra i gorghi di un ghiacciaio alpino. E con l’angoscia della famiglia tradotta in struggimento, sbigottito e disperato abisso. Albonico, nel segno della pietas, lancia una freccia al cuore del lettore.

E lo sottopone a un incessante fuoco di domande fondamentali. Su morale, amore,  destino. In una parola: la vita stessa. Come Vermicino, è una  dolorosa pagina di cronaca. Più di Vermicino, senza il relativo accanimento catodico, va dritta al nucleo del sentimento. E la lacrima cola più vera. Infatti Puppa-tick – dove non mancano personaggi storici come la celebre guida Leo Gasperl – nasce da un drammatico episodio degli anni Quaranta. Riferito all’autore dal figlio di uno dei protagonisti. E con la complicità di un diario sulla vicenda – oggi rintracciabile nell’antiquariato librario –  è nata questa perla. Che sgorga con la limpidezza di una sorgente d’alta quota.  Riecheggiano nella memoria le parole di Ernest Hemingway che nel libro postumo Festa mobile del 1961 ricorda  quanto sciare negli anni Venti fosse impegnativo e stimolante: “Ricordo tutti i tipi di neve e le loro insidie quando eri sugli sci. Poi c’erano le tormente quando eri nel rifugio e lo strano mondo che facevano nel quale si doveva avanzare con prudenza come se non avessimo mai visto quei luoghi prima d’allora. Infatti non avevamo visto nulla, poiché  era tutto nuovo. Infine verso la primavera c’era la lunga discesa sul ghiacciaio, liscia e rettilinea, sempre rettilinea se le gambe la tenevano, con le caviglie irrigidite, e noi che filavamo piegati in due, curvi per sostenere la velocità, abbassandoci sempre più nel sibilo quasi impercettibile della polvere secca. Era meglio che volare, meglio di qualsiasi altra cosa, e a consentirci di farlo erano le lunghe ascensioni sotto il peso dei sacchi da montagna. Non si poteva comprare un biglietto per la cima. Era lo scopo per il quale si lavorava tutto l’inverno, e tutto l’inverno contribuiva a renderlo possibile”. Ora la pagina di Albonico tallona con gli sci Papa Hem, e con questa storia lo supera per intensità emotiva.

 

Lorenzo Morandotti

 

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