Qualche idea per l’università

Tramonto del campus
La proposta di Univercomo a favore di un collegio universitario rilancia il problema di una vera prospettiva per l’ateneo comasco. Si profila nei fatti l’abbandono dell’idea di un campus universitario.
Cittadella caratterizzata da biblioteche, aule, residenze universitarie, impianti sportivi, il tutto immerso nel verde, per la quale da almeno un paio di decenni si era ipotizzata l’area del San Martino.
Accanto al panico che ormai assale il cittadino comasco ogniqualvolta si parli di progettualità urbanistica, o comunque legata alla cosa pubblica, in quanto siamo ormai pieni di cicatrici in varie parti della città, viene naturale lo spunto per una riflessione più allargata sul senso di una o più sedi universitarie in un contesto di provincia.
Sappiamo come recentemente il ministro Maria Stella Gelmini, sulla drammatica scia della crisi finanziaria, stia cercando di razionalizzare e talora razionare corsi di insegnamento universitari e post-universitari, finendo ad esempio per fare strame di talune scuole di specializzazione anche in sedi che ne erano storicamente feconde.
Quindi le risorse non sono infinite e non è pensabile, oltre che poco utile agli studenti, riprodurre in ogni sede provinciale le medesime facoltà presenti a breve distanza chilometrica da dove queste esistono già, magari più ricche di tradizione, percorsi formativi e anche qualità dei docenti.
Siamo d’accordo che il senso dell’università in Como non può essere quello di tenere i nostri figli vicini a casa, in una sorta di allungamento cittadino del liceo o dell’istituto tecnico. Al contrario, un’università locale dovrebbe presentare un’offerta formativa fortemente, ma nel contempo limitatamente, ancorata alla realtà produttiva del territorio, richiamando studenti da altre sedi, perché attratti da singole eccellenze dotate di una loro particolare unicità.
Quindi la sede universitaria in Como dovrebbe essere non l’espressione di una richiesta campanilistica, né tantomeno il parcheggio per inconfessabili ambizioni di clientelari carriere accademiche.
Questi errori finirebbero anzi per rappresentare un boomerang, qualora non fossimo capaci di riprodurre offerte formative competitive con poli relativamente vicini e fortemente attrattivi, come ad esempio Milano e Pavia.
Ma se una Como universitaria deve esistere, può e deve essere espressione di una o poche linee strettamente connesse al territorio e al tessuto produttivo industriale della propria provincia. Ne buttiamo lì alcune: tessile, legno-arredo, turismo. Questo offrirebbe almeno due opportunità. La prima è quella attrattiva verso studenti di altre provincie e, perché no, di altre nazioni che troverebbero qui sicuramente insegnamenti di nicchia, ma contemporaneamente di eccellenza.
Secondo, ma non per ordine di importanza, questo orientamento progettuale comporterebbe l’inserimento quasi immediato, al termine del corso di studi, in quel contesto produttivo e quindi lavorativo che finirebbe quindi per avere nell’università il proprio terreno di coltura, cioè di alimentazione, oltre che di cultura. Un meccanismo così virtuoso non è poi tanto difficile da immaginare. A ben guardare tante altre province ci sono riuscite, basta un minimo di progettualità, frutto ahimè assai raro in Como oggi.

Mario Guidotti

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