Cultura e spettacoli

Quando ascoltavamo la radio negli “anni beati”

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Mi avviene spesso di pensare agli “anni beati”, per dirla alla Castellaneta, scrittore milanese da me amato per la sua capacità di ricreare atmosfere e umori di tempi lontani. Una punta di nostalgia non attenua i ricordi anzi li rende più vivi. Qualche volta subentra un dolcissimo magone, il più delicato dei sentimenti, perché quando ne sei preso ti arrendi docilmente alle emozioni. Magone è sentire il profumo delle cose passate. Un profumo che senti tu solo, un profumo irresistibile che non si è dissolto nel tempo. 

A casa mia è in bella mostra, accanto a un televisore anonimo e senz’anima, la vecchia cara radio a valvole con le manopole da girare alla ricerca della stazione. In quegli “anni beati”, la radio era appoggiata su un mobile color noce, contenente il giradischi, nella grande cucina accanto a un’ottomana (così chiamavamo quel divano).
Lì, io e il mio amico Gerardo passavamo gli afosi pomeriggi di luglio ad ascoltare trepidanti e impazienti la voce della radio che ripeteva con esasperante monotonia: “Siamo in attesa di collegarci con il nostro inviato per la radiocronaca dell’arrivo della tappa del Tour de France”.
Intanto mia mamma spignattava sulla stufa a legna e a carbone, quella con quei dischi metallici di diversa grandezza che si toglievano o si aggiungevano a seconda delle dimensioni della pentola o della padella, che faceva da cucina e da riscaldamento.
Il giornale radio, di sera, nel silenzio imposto da mio papà mentre io aspettavo la fine per sentire le notizie sportive. Mike Bongiorno, sconosciuto giornalista italo-americano, sette mesi come prigioniero politico a San Vittore dove conobbe e si dice abbia salvato Indro Montanelli, compagno di cella, grazie al suo inglese, futuro “padre” della televisione, invitava dalla radio a riconoscere “Il motivo in maschera”. Impresa non facile, tant’è che “Firenze sogna”, il primo motivo mascherato proposto, venne individuato dopo diversi mesi e fruttò al vincitore un bel mucchio di gettoni d’oro.
Allora la Rai non poteva distribuire premi in denaro ai vincitori dei vari concorsi e premiava quindi in gettoni d’oro.
Osservando la mia vecchia radio mi par di risentire l’aria de “La bella Gigogin”, sigla del “Gazzettino Padano” condotto da Febo Conti. Curiosa la storia de “La bella Gigogin”; era questo un canto patriottico milanese scritto in dialetto perché l’esercito austriaco non ne capisse il significato: “A quindici anni facevo all’amore… dàghela avanti un passo, delizia del mio core! A sedici anni ho preso marito…”. La popolarità della “Bella Gigogin” esplose nel 1954 al Festival di San Remo grazie al Quartetto Cetra che cantò la storia di un innamorato che “… aveva un bavero color zafferano e la marsina color ciclamino, veniva a piedi da Lodi a Milano per incontrare la bella Gigogin”.
Aveva grande successo al “Gazzettino Padano” Evelina Sironi con il suo “Ciciarem un cicinin”. Mia mamma si divertiva ad ascoltare il suo amato dialetto milanese. Nonno Cesare e nonna Speranza, i suoi genitori, lo parlavano abitualmente in casa con divertito e niente affatto risentito disagio di mio papà, il cui accento tradiva smaccatamente le sue origini latine, e che si sforzava per scherzo di imitarne cadenza ed espressioni colorite.
Io ammiravo un poeta, Alberto Cavaliere, non già per le sue virtù letterarie, piuttosto lo ascoltavo come il “poeta maledetto” che ogni lunedì nel “Gazzettino Padano” sciorinava una divertente e arguta poesiola sul campionato di calcio, di cui peraltro si dichiarava totalmente digiuno…
Sotto la radio un bel mobile con il giradischi. I dischi erano grandissimi, giravano velocissimi, facevano settantotto giri ogni minuto. Appoggiare la puntina metallica che bisognava tenere sempre pulita per evitare fastidiosi scricchiolii e rovinose grattate al disco era impresa delicatissima, non osavo neppure provarci. Neppure ero stimolato dai pochi dischi che avevamo in casa; ho vaghi ricordi di una tal “Chiesetta alpina”, un mieloso “Grazie dei fiori” e un pimpante “Vola Colomba”…
Malizioso e intrigante era invece per me un motivo che cantava a squarciagola il garzone di un fornaio dalle parti di San Bartolomeo sul suo triciclo pieno di sacchetti di pane profumato ancora caldo, zigzagando tra le rotaie dei tram che attraversavano la città. Era una canzone di Renato Carosone “La pansé”… “Che bella pansé che tieni, che bella pansé che hai, me la dai, me la dai la tua pansé…” . Un testo “immorale e impertinente” per quei tempi, che non poteva certo essere trasmesso dalla radio. Mi chiedevo che cosa diavolo fosse la “pansé” , i primi innocenti brufoli, avanguardie fastidiose di emergenti curiosità per l’altro sesso, erano ancora da esplodere…
A proposito di tram, dopo quasi cinquant’anni, un brutto giorno di settembre del 1952 un tram fece l’ultima corsa da piazza Cavour a San Martino… per lasciare il posto alle verdi filovie della Stecav. Ne dette notizia, non senza emozione, il “Gazzettino Padano”.
Funziona ancora la mia radio a valvole in bella mostra vicino al televisore nel soggiorno di casa, il suono limpido, caldo e il profumo, quell’inconfondibile profumo che hanno solo i ricordi…

Nella foto:
un mobile con giradischi sul quale è appoggiata una radio a valvole. Per molte famiglie, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, notizie, spettacoli e canzoni entravano in casa così
25 Mag 2014

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