Memorie lariane. Quando chiusero quelle “case” e si popolarono i viali di Como

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Venti settembre 1958: chiudono le case “chiuse”. I numerosi variegati clienti del “Dollaro”, della “Lucia” e della “Laura”, altrimenti detti bordelli, o case di tolleranza, si guardano attorno smarriti.
«E adess se femm, due vemm?». Non li consola certo Totò, che dal grande schermo li ammonisce: «E lo volete un consiglio, militari e civili, piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile, è inutile! Oramai li hanno chiusi! A voi italiani è rimasto questo chiodo fisso, qui. Toglietevelo! Oramai li hanno chiusi! Arrangiatevi!».

Non sono soli i comaschi a non rassegnarsi, molte voci autorevoli anche del mondo culturale si uniscono alle proteste. Mario Soldati confessa: «Non ricordo di aver mai sospinto senza batticuore l’uscio vetrato e luminoso di una Casa. Non ricordo di aver ascoltato senza turbamento il ticchettio dei tacchi delle ragazze che scendevano, e che tra poco sarebbero apparse, dono meraviglioso, nel salotto dove le attendevo. Non ricordo di essere salito mai, su per la ripida scaletta, senza la suprema speranza di trovare la donna della mia vita. E la trovavo. La trovavo quasi sempre, sia pure per pochi minuti. Non ricordo di aver mai pensato che il denaro, da me pagato, potesse in qualche modo compensar la gioia che mi era stata concessa».
Dino Buzzati scrive con tono accorato: «Pensate, voi giovanotti che non avete fatto a tempo a conoscerle: in qualsiasi ora del giorno e della sera, e con spesa ragionevole, poter aver, senza nessuna complicazione né rischio, senza perdita di tempo, poter avere di colpo una ragazza giovanissima, di straordinaria bellezza (ne conobbi più d’una che poteva rivaleggiare con Marilyn Monroe) e di bravura superiore. La legge Merlin ha troncato un filone di civiltà erotica, che, nell’ambito delle case chiuse, veniva trasmesso, con le parole e con l’esempio, di generazione in generazione, alimentando un’arte spesso raffinata, che temo si sia dispersa per sempre».
Sarcastico il commento di Indro Montanelli: «Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto».
Ma torniamo ai dubbi esistenziali dei comaschi “orfani”. Chiuse le case si aprono le strade. I “casott“ adesso sono a cielo aperto. Viale Cavallotti, viale Varese, viale Rosselli, via Borgovico, i giardini a lago, piazza Vittoria, la sera sono percorsi da caroselli di auto pieni di nostalgici, incontinenti o semplicemente curiosi, alla ricerca di avventure sia pure a pagamento. Le “donnine” esibiscono grazie e virtù in piena luce o protette da ombre amiche a seconda della “qualità” della loro offerta. Le più provate dalla “vita” prediligono l’oscurità, quelle non ancora disfatte dallo squallore del meretricio, si mettono in bella mostra.
La scena è squallidamente monotona e scontata. L’auto rallenta, accosta, si abbassa il finestrino, una breve contrattazione, la “bella” sale in macchina, il “cliente” si fa guidare nell’alcova a cielo aperto… Gli “amori” si consumano in fretta sui sedili dell’automobile negli angoli più nascosti della città. Il ponte della ferrovia in Borgovico è una delle alcove più affollate. Le auto parcheggiano disciplinatamente in fila aspettando il loro turno.
Lei, la passeggiatrice, si chiama Eritrea o forse Somalia, nomi che venivano imposti talvolta a ricordo di epoche non proprio gloriose. Di anni ne ha tanti Eritrea, o forse Somalia, una vita nelle case chiuse, la pensione sotto il ponte della ferrovia di Borgovico. Di comaschi ne ha “svezzati” tanti, in piedi e in auto, nei casini e all’aperto, tanti aspettano pazientemente il proprio turno. Sarà la fama, sarà il prezzo popolare della “marchetta” ovvero della prestazione, la fila è lunga…
In viale Cavallotti, dalle parti dello zoo, in piena luce “passeggia”, dondolando una borsetta rossa, la “professoressa”… così la chiamano i suoi numerosi clienti. Forse per la proprietà del suo linguaggio, o per il distacco culturale con cui seleziona gli aspiranti anche a seconda del tipo di automobile che la accosta. La sua tariffa è proporzionata all’offerta e alle aspettative. Sotto una certa cilindrata è inutile avvicinarsi, lei neppure degna l’incauto di uno sguardo.
Como è una piazza importante, una piazza che rende. Molte delle “signorine” che “passeggiano” per la città vengono da Milano. Arrivano con il direttissimo delle otto di sera alla stazione San Giovanni, scendono la scalinata e vanno subito a occupare il loro solito posto di lavoro.
Nell’attesa e nella speranza di notti “brave” molti comaschi abitanti nei paesi prossimi alla città organizzano vere e proprie spedizioni nei viali del piacere di Como. Conoscevo un tale di Monte Olimpino che, quasi ogni sera, caricava sulla sua auto familiare tre o quattro amici del bar e faceva il giro dei luoghi “perduti” di Como.
Io non ho mai fatto parte di nessuna spedizione, non so se per virtù o semplicemente perché, da studente, ero perennemente sbollettato… Quindi non so come finivano quelle spedizioni serali.
L’ho incontrato per caso, quel tipo di Monte Olimpino, qualche giorno fa a passeggio sul lungolago e gliel’ho chiesto: «Ma che cosa combinavate quelle sere? Curiosavate solo, o invece….?». Ho visto un lampo nei suoi occhi, non mi ha lasciato finire la domanda, è scoppiato in una risata… Non mi ha risposto.

Nella foto:
l’esterno dell’edificio di via Volpi a Como che ospitò la casa di tolleranza denominata “Dollaro”. In centro città, a poche decine di metri di distanza l’una dall’altra, ne esistevano altre due: “Laura” e “Lucia”

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