Quando Como perse l’occasione di avere il Cern

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Memorie lariane
di Renzo Romano

La notizia ha occupato la prima pagina di tutti i giornali. “La Particella di Dio”, così rinominata da “Particella maledetta” che era, forse perché non voleva saperne di farsi “catturare”, il “mattoncino” di cui è formato l’universo, finalmente è stata “accappiata” dagli scienziati del Cern di Ginevra.
Ebbene, molti comaschi forse non sanno che il prestigioso Centro sarebbe sorto a Como se…
Corrono i primi anni Cinquanta, alle spalle la guerra con le sue rovine materiali

e morali. Lo scoppio della bomba atomica sul Giappone ha sconvolto le coscienze, il termine nucleare incute terrore. In questo clima, gli Stati europei progettano di costruire un centro di ricerca. I loro rappresentanti si riuniscono a Parigi il 3 gennaio 1952 per deciderne la sede. Per l’Italia ci sono i fisici Colonnetti e Casati. Il primo appoggia la candidatura di Ginevra ritenendola eccellente in sé e favorevole per l’Italia, il secondo propone Como.
La candidatura di Como è sostenuta da molti. L’origine storica e psicologica di questa predilezione è dovuta a Volta per i benefici che lo scienziato comasco ha lasciato ai fisici e all’umanità; gli scienziati vedono, sentono, intuiscono l’importanza di Como nello sviluppo della scienza.
Secondo il fisico Giovanni Polvani, gli scienziati, pur peregrinando per le loro riunioni di città in città, hanno sempre di vista Como. Quasi continuamente si sussurrano nelle orecchie: “A Como quando andiamo?”.
Il Consiglio Comunale cittadino viene convocato d’urgenza l’11 febbraio 1952 con all’ordine del giorno “Proposta per l’istituzione a Como del centro europeo per studi atomici”. Il sindaco ricorda che le costruzioni e le attrezzature del Centro sono previste di dimensioni colossali con dotazione di un ciclotrone che non esiste ancora in Europa; per la realizzazione del progetto occorrerà un’area di un chilometro quadrato e l’impiego di alcuni miliardi di lire.
Precisa il sindaco che, affinché il Comune di Como possa seriamente proporre la propria candidatura, è necessario offrire almeno il terreno occorrente. Sottolinea che le trattative per la candidatura di Como sono state determinate dal fatto che il nome di Como è emerso in seno all’Unesco subordinatamente all’eventuale decadenza del progetto di realizzazione a Ginevra.
Si accende la discussione. “È meglio destinare aree per la costruzione popolare… Se fossimo in tempo normali di pace l’iniziativa sarebbe accolta con entusiasmo, ma dato il periodo di diffidenza e di psicosi bellica l’invito deve essere declinato”.
Si polemizza con la stampa “la quale non ha fatto altro che ricordare i vantaggi, mentre la maggioranza dei cittadini è contraria perché l’energia atomica, nel momento attuale, viene studiata solo ai fini di guerra; pertanto non deve essere ceduto nemmeno un metro di terra”.
C’è chi ribatte: “Tali preoccupazioni non sono giustificate perché tutti gli studi scientifici hanno due facce: l’elettricità ha portato la lampadina, ma anche la sedia elettrica. La Svizzera, che per lunga tradizione è Paese neutrale e pacifico, lotta per avere il centro nucleare: noi quindi non dovremmo avere idee preconcette agli effetti della guerra, perché potrebbe darsi che proprio la bomba atomica sia il mezzo più efficace per mantenere la pace”.
Un incerto: “In caso di pace duratura un centro di studi atomici a Como sarebbe di grande prestigio e orgoglio per la città, faro luminoso proiettato nell’avvenire, mentre in caso di guerra sarebbe uno dei principali obiettivi di bombardamento”.
Ribatte un altro: “Gli altri Paesi non hanno rifiutato l’onore di ospitare il Centro europeo di studi atomici, ma anzi se lo contendono tuttora. Bisogna pensare ai vantaggi morali ed economici che verrebbero portati a Como e all’Italia e, soprattutto, ai nostri scienziati che non sarebbero obbligati ad emigrare per cercare in altre nazioni quei laboratori attrezzati che non ci sono in patria”.
Precisa il sindaco: “Il Centro europeo non ha scopi bellici perché non sarebbe dotato di attrezzature per la costruzione di bombe e pile atomiche, comunque la salvaguardia maggiore della pace consiste nel sapersi efficacemente difendere dalla guerra con tutti i mezzi possibili e a disposizione. La storia ci insegna che le nazioni inermi e sprovviste di qualsiasi risorsa sono quelle più esposte al pericolo di guerra. Mentre abbiamo uno scienziato come Fermi che collabora agli studi atomici in America, ne abbiamo anche un altro come Pontecorvo che opera in Russia. Non vedo pertanto perché non dovrebbe sorgere anche a Como un centro di ricerca. Gli scienziati vanno dove trovano i mezzi per potenziare i loro studi».
E ancora: “Il Consiglio deve scegliere tra queste due vie: quella del coraggio e quella della paura che, per rispetto all’aula, chiameremo prudenza. Personalmente sono per la prima, ma poiché la grande maggioranza si è espressa per la seconda anch’io voterò contro l’istituzione del Centro a Como”.
Si vota quindi per appello nominale la mozione: “Il consiglio comunale di Como apprezza l’onore e il privilegio che verrebbe alla città se fosse designata quale sede del Centro europeo per studi di fisica nucleare, ma considerata l’opportunità che detto Centro sorga lontano dalle zone abitate, è spiacente di non poter reperire un’area idonea nel suo territorio”.
È così che il consiglio comunale l’11 febbraio 1952, con 27 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astenuti, respinse la proposta per l’istituzione a Como del Centro europeo per studi atomici e sessant’anni dopo, a Ginevra e non nella città di Volta, è stata “accappiata” la “Particella di Dio”.

Renzo romano

Nella foto:
Da sinistra, i tre fisici Wolfgang Pauli, Werner Heisenberg ed Enrico Fermi, all’epoca giovanissimi, sul Lago di Como nel 1927 in occasione di un convegno internazionale

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