Cultura e spettacoli

Quando i comaschi credevano nell'amicizia

Il convegno dedicato a Luraschi – Nei tesori epigrafici lariani il segreto delle relazioni sociali e dei loro mutamenti nel corso dei secoli
Due giorni di discussioni tra antichisti e giuristi impegnati a ricordare Giorgio Luraschi (nella foto), scomparso il 6 luglio 2011, e il suo magistero di storico e docente di diritto. È il convegno a ingresso libero Incorrupta antiquitas. Studi di storia, epigrafia e diritto. In memoria di Giorgio Luraschi che si conclude oggi. Ieri il simposio era nel complesso monumentale di Sant’Abbondio in via Sant’Abbondio. Attorno alla memoria di Luraschi si sono riuniti cattedratici delle Università
di Brescia, Milano e Piacenza. Ieri Mauro Reali, dottore di ricerca in Storia Antica, e docente al liceo “Banfi” di Vimercate, ha parlato sul tema Da amicus alicuius a famulus Christi: micro-saggio di storia comense. La documentazione epigrafica di Como e del Lario è un tesoro immenso, tutto da scoprire, oggetto di collezionismo fin dal ’700. E che si può leggere in filigrana come documento sociale.
«L’amicizia è interessante da studiare perché è un rapporto volontario, non di sangue. Nelle iscrizioni comensi di età romana imperiale (specialmente del I-II sec. d.C.) – spiega Reali – compare con frequenza la parola “amicus”, a testimoniare una società dinamica, dove l’amicizia era un potente elemento di coesione e spesso un fattore di mobilità sociale verso l’alto da parte di esponenti dei ceti medio-bassi. In età più tarda (dal IV sec. d.C. in poi), con l’affermazione del cristianesimo e in un clima sociale assai più degradato, scompaiono le menzioni dell’amicizia e si intensificano le attestazioni di persone che si proclamano con orgoglio “famulus Christi”, cioè “servo di Cristo”».
Viene facile, anche se banale, un riferimento alla nomea che circonda i comaschi di oggi: chiusi e poco inclini alla socialità: allora sì che erano bei tempi. Ma Reali riconduce tutto alla serietà dei dati storici: «Le iscrizioni cristiane sono una forma di catechesi spontanea – dice – Ma va precisato che la vita, a Como come altrove, nel IV-VI secolo d.C. doveva essere più dura di quella dell’età dei Plinii, e i singoli, soprattutto se di basso livello sociale, si sentivano bloccati nella loro condizione, ritenendo che sarebbe stato inutile legarsi in amicizia con altri loro pari; meglio, allora, affidarsi direttamente al Dio in cui credevano e proclamarsi con orgoglio suoi “servi”, sperando che ciò possa loro garantire almeno la felicità eterna, in compensazione di una vita terrena insoddisfacente. Si è insomma persa l’idea delle relazioni “orizzontali” tra simili e si è preferito puntare sulle relazioni “verticali”, tra uomo e divinità».
Rimane comunque la ricchezza del mondo epigrafico a Como, come si può notare semplicemente visitando il Museo Archeologico “Paolo Giovio” di piazza Medaglie d’Oro e le sue collezioni. Oggi per la seconda giornata di convegno, a Villa del Grumello in via per Cernobbio, dalle 9.30 alle 13, ancora l’epigrafia terrà banco. Sergio Lazzarini dell’Università dell’Insubria, docente di Diritto Romano, comunicherà nuove prospettive di studio in merito al ritrovamento di una rara epigrafe su un’ara di epoca romana appartenente a una collezione privata in Valle Intelvi.

Lorenzo Morandotti

26 Maggio 2012

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