Quando il cabaret in consiglio comunale fa scappare a tutti la voglia

Palazzo di vetro
di Emanuele Caso

Le cronache ufficiali non ne hanno dato conto. È inevitabile: anche il cabaret, persino quello più sgangherato, fatto di ballerine obese, giarrettiere bucate, barzellette sporche e nani giganti, dopo un po’ non diverte più. Nemmeno se rimane l’unica attività ricreativa di Palazzo Cernezzi.
Il quesito, però, mi è rimasto in testa. E che non si possa considerare solo una fissazione personale è confermato dal fatto che il consigliere comunale Alessandro Rapinese, giovedì scorso, ha sostanzialmente

inchiodato sul tema maggioranza e opposizione per circa 45 minuti. La domanda è: quando uno dei nostri magnifici eletti prende la parola in aula, è legittimo che altri colleghi vadano a fare la pipì?
La discussione – innescata dall’insofferenza di Rapinese per il fatto che i colleghi ne ignoravano l’intervento tra uscite di massa, fughe verso il caffè, semifinali di Coppa Italia di solitario sul pc e via dicendo – ha rappresentato il momento più alto dell’ultima riunione della massima assemblea cittadina. Molti sono stati gli interventi: si è schierato contro il partito della minzione durante i lavori il capogruppo del Pd Mario Lucini (curiosamente, e polemicamente, proprio mentre Marcello “Tyson” Iantorno lasciava l’aula sbuffando); all’opposto, si è detto contrario alla logica dell’“uno scranno, un pappagallo” il presidente dell’assemblea Mario Pastore; si è inoltre profuso in una dotta interpretazione del regolamento il direttore generale del Comune, Nunzio Fabiano, riuscendo nell’impresa di dire che l’impellente bisogno è un diritto, che rimanere in aula è un dovere e che la palla è rotonda. Risultato finale? È scappata a tutti. La voglia.

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