Quando il digitale minaccia la privacy

altNella giungla di Internet. Come tutelare ciò che designa l’identità personale degli utenti in un mondo la cui navigazione non è regolamentata e rischia di essere preda del business?
Contraddizioni della modernità alla luce delle norme
Internet è sempre più strumento di uso quotidiano. Ma come tutelare la propria privacy, specie sui social network? Risponde al quesito il professor Ruben Razzante, docente della Cattolica di Milano.
«La prima forma di tutela della privacy – dice – è l’autotutela.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha più volte ribadito che l’incauto inserimento di nostri dati nei profili di social network ne determina una diffusione incontrollata, che può essere foriera di rischi per i diritti della personalità. Ecco perché bisogna stare attenti e pensarci molte volte prima di pubblicare informazioni che ci riguardano, prima di esprimere opinioni delle quali potremmo pentirci, prima di diffondere nostre immagini o nostri video che ci ritraggono in situazioni che non ci rispecchiano».

«Bisogna difendersi da un uso disinvolto dei social network – prosegue Razzante – perché, a fronte di una serie di diritti dei quali fruiamo gratuitamente (socializzazione con persone di nostro interesse, interazione costante con gruppi tematici, reperimento di notizie rilevanti), ci viene chiesta una disponibilità a cedere il controllo dei nostri dati, che risultano poi utilizzati dai colossi della rete a fini di profilazione dell’utenza. La pubblicità comportamentale, quella che si basa sullo studio dei nostri comportamenti di navigazione, non è regolamentata e peraltro risulta per il business delle aziende assai più efficace di quella a pioggia, che viene inviata senza un preventivo monitoraggio dei nostri gusti e delle nostre abitudini di consumo. Ciascuno di noi viene profilato in rete e riceve, di conseguenza, suggerimenti di acquisto che rispecchiano la sua indole, la sua sensibilità, le sue preferenze. Per renderci meno profilabili, dobbiamo stare più attenti nel pubblicare notizie e punti di vista che consentono a soggetti terzi di tracciare un profilo particolareggiato della nostra persona. Su questa vulnerabilità dei nostri diritti in Rete si innesta anche il discorso relativo al diritto all’oblio, cioè alla rimozione dei link su richiesta degli utenti. Il tema è caldo, soprattutto dopo la sentenza della Corte di giustizia europea del 13 maggio scorso sul caso Gonzalez, un avvocato spagnolo che ha ottenuto la rimozione di un link riguardante un articolo non veritiero su di lui, pubblicato su un quotidiano. Quella pronuncia ha innescato una valanga di ricorsi di cittadini che chiedono a Google di rimuovere link non più attuali o fuorvianti. Ma quelle richieste non sempre vengono accolte, poiché occorre che esse siano fondate sulla dimostrazione di un effettivo danno subito dal ricorrente e di una mancanza di pregiudizio per il diritto dei cittadini ad essere informati. Resta da chiedersi se Google, azienda multinazionale, sia il soggetto più indicato per gestire questa enorme mole di richieste di diritto all’oblio. Forse, per sensibilità giuridica e competenze, oltre che per terzietà, sarebbero più adatte le Autorità Garanti per la protezione dei dati personali dei singoli Stati».
La nuova funzione del software WhatsApp, cioè le ormai famigerate “virgolette” che confermano la lettura dei messaggi, viene vista da molti come una invasione della privacy.
«Sono conferme del “morbido spionaggio” delle nostre vite di cui si rende spesso responsabile la Rete. È evidente che tutte queste comode applicazioni, tutti questi servizi gratuiti, hanno il rovescio della medaglia: un monitoraggio attento dei nostri gusti e dei nostri stili di vita».
Si parla sempre più di cloud computing: quanto siamo sicuri che i nostri dati siano archiviati e garantiti con trasparenza ed equità, nelle “nuvole” digitali? E a che punto è l’iter del regolamento dei dati proposto dalla Commissione europea su tale tema?
«Il cloud computing è una grande innovazione che apre immense praterie a nuove modalità di gestione e memorizzazione dei dati. Ma la privacy resta un’incognita sulla nuvola e occorre predisporre sistemi efficaci di tutela. Ci si aspetta molto dal nuovo Regolamento europeo per la protezione dei dati personali. La scelta dell’Unione europea di adottare un regolamento anziché una direttiva si spiega proprio con l’opportunità di garantire uniformità al trattamento di casi simili nei diversi Stati. La direttiva avrebbe lasciato maggiore discrezionalità ai singoli legislatori nazionali in fase di emanazione di leggi di recepimento. Col regolamento tutti gli Stati dovranno adeguarsi allo stesso modo e applicare le stesse disposizioni normative. E questo accadrà anche per quanto riguarda il diritto all’oblio, che figura all’art. 17 dell’attuale bozza di regolamento, approvata in prima lettura nel mese di marzo dal Parlamento europeo. C’è da augurarsi che non venga stravolta nel suo iter di approvazione e che i tempi non siano lunghi, visto che di questo regolamento si parla già dal gennaio 2012, quando fu presentato il primo testo».

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