Quando la filosofia serve per capire il cinema

alt La rassegna a Chiasso

Dare corpo al pensiero fino a renderlo visibile: il cinema non è forse anche una sfida filosofica? Saper “materializzare” con l’immagine filmica un racconto o un concetto è la pratica con cui si sono misurati tutti i registi fin dalla nascita della settima arte. La suggestione di un testo che si anima di fronte allo spettatore diviene ancora più completa se si hanno le chiavi per aprire la porta dell’immaginario creato dal regista. È questa l’aspirazione dell’interessante ciclo “Cinema

e Filosofia”, sei serate (delle quali tre con proiezione di film) tenute da Roberto Mordacci (nella foto), docente di Filosofia morale e preside della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e Raffaele Ariano, responsabile del “Laboratorio Filosofia e Cinema”. I due si alterneranno, all’Excelsior di Chiasso, in tre venerdì di incontri da oggi al 18 ottobre (ingresso libero; info: www.perunanuovacultura.ch).
Professor Mordacci, quella attuale è sempre più una comunicazione costruita sulle immagini, tuttavia non si danno molti strumenti per comprenderle, a cominciare dalla scuola.
«È fondamentale capire che cos’è un’immagine, cosa significa, le ragioni di un’inquadratura: solo così si comprendono i modi in cui una certa idea si impone. È necessario imparare a leggere criticamente un qualunque tipo di contenuto e non solo per non esserne plagiati. Il cinema, per esempio, è proprio il luogo in cui assolutamente nulla è lasciato al caso, in cui tutto ha un significato preciso. E non è necessario essere filosofi per capire».
Per il suo corso ha scelto due film molto diversi: “Se mi lasci ti cancello” di Michel Gondry e “Zelig” di Woody Allen.
«Ho scelto Gondry perché posso applicare a questa pellicola i miei “metodi” di lettura: si parte con l’analisi dell’immagine e si approfondisce l’argomento filosofico; c’è poi l’aspetto dell’usare il cinema come fonte di esperienza condivisa e, infine, c’è la lettura storico-critica. Spesso un film diviene un concentrato dell’autoconsapevolezza di un recente periodo storico, come in Zelig, film che però mi serve soprattutto per illustrare il tema della corporeità. Il cinema ha liberato il corpo, lo hanno scoperto da subito Buster Keaton e Charlie Chaplin. In Zelig Allen, non a caso, utilizza le stesse movenze degli interpreti del cinema muto».
C’è poi l’aspetto etico.
«Io sono convinto che il cinema sia il principale agente di formazione morale della società contemporanea. Una vicenda sollecita una presa di posizione, richiama una responsabilità. C’è un compito etico che vale per tutta la comunicazione, a partire dal versante autoriale. Ma, attenzione, avere un ruolo morale non significa censurare, si può anche giocare con il mezzo cinematografico ma bisogna essere consapevoli che si deve rendere sempre conto al pubblico di quello che si sta dicendo».

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