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Quando le grandi manovre sui cambi rischiano di far sfumare gli affari

La riflessionedi Giorgio Civati

Come se non bastasse la crisi, l’economia ancora fiacca, la concorrenza mondiale sempre più esasperata e le mille difficoltà di chi fa impresa, in questi periodi emerge con forza – anzi si ripropone, come una minaccia più o meno ciclica – un altro problema: quello dei rapporti di cambio tra le varie valute. Del supereuro e del dollaro in ribasso, in particolare. Ed è un problema, questo, solo apparentemente lontano. Non roba da macroeconomia e nemmeno teorie da studiosi, ma questione quotidiana

per il setaiolo comasco o il mobiliere brianzolo. Questione contro cui, però, i singoli possono fare poco o niente. Eppure contratti e vendite, commesse e guadagni dipendono in parte anche da questo aspetto.Dopo avere realizzato un tessuto ricercato o costruito un bel mobile, dopo avere trovato il cliente, dopo avere fatto i conti per un prezzo equo che consenta il giusto guadagno, tutto può essere da rifare. Dieci euro non sono infatti solo e sempre dieci euro: possono diventare 14 dollari, 8 sterline e mezzo e via di questo passo. E per il cliente straniero le cose cambiano, così come cambiano per l’imprenditore locale.Certo, chi può fatturare in euro, in teoria, non ha scossoni. Ma solo in teoria: il cambio, poi, qualcuno lo deve fare. E se i nostri dieci euro diventano 12 dollari, oppure 14, le situazioni non sono proprio uguali: un affare si può chiudere oppure può sfumare. È la relatività dei numeri, la prova che la matematica è scienza però dalle molteplici sfumature.Eppure in questo mondo globalizzato, con un’economia che davvero ormai da anni non ha più frontiere, vendere ovunque è un obbligo. L’unica strategia per sopravvivere. Però, appunto, vendere in giro per il pianeta significa anche confrontarsi con gli andamenti dei cambi e delle valute, con le strategie economiche dei vari Stati, con speculazioni e affarismi – questi sì – da grande finanza. Il dollaro debole, argomento di questi mesi, è per esempio una precisa scelta degli Stati Uniti d’America. Ma se un euro vale 1,40 dollari per il mercato statunitense – non solo gli Usa, ma gran parte delle Americhe e altre aree importantissime del mondo – i prezzi in dollari sono alti. A volte troppo. Loro, gli americani e i mercati collegati, hanno l’export facile. Europa, Italia e Como faticano invece di più.È vero che chi acquista in dollari ha invece un tornaconto. Ma l’altra faccia della medaglia non compensa gli svantaggi sul fronte delle vendite. E così tra Federal Reserve, Banca centrale europea e Banca d’Italia, grandi manovre sui flussi monetari e altrettanto grandi speculazioni sulle valute, ad avere un motivo in più per soffrire sono ancora una volta gli imprenditori, anche quelli lariani. L’unica “arma”, dicono gli addetti ai lavori, è ancora una volta la qualità: chi cerca estro, gusto, affidabilità e creatività lo fa anche pagando in dollari svalutati.

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