Quando per guarire ci si fidava dei lupi

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Tra scienza e leggenda. La ricerca dello storico della medicina comasco Massimo Aliverti sulle cure e le superstizioni della tradizione popolare

Uno sguardo ampio quanto erudito, frutto di ricerche ventennali, racconta come la cultura popolare abbia interpretato la medicina, tra fede, magia e leggenda. È il nuovo volume di Massimo Aliverti, responsabile del reparto psichiatrico dell’ospedale di Cantù, dal titolo Uomini, bestie e malattie nella cultura popolare. Storia e attualità di una medicina subalterna, edito da Ananke di Torino. Lo scopo del libro non è una acritica esaltazione della medicina primitiva e/o popolare.
L’operazione

è culturalmente più interessante perché si sintetizza un vasto materiale antropologico e folclorico che racconta le varie concezioni e interpretazioni sullo stato di salute e le malattie prevalenti almeno fino ad un recente passato in Europa.
Un mondo dove animali e umani hanno convissuto, e la sintesi iconografica perfetta è nel celebre dipinto “Le due madri” di Giovanni Segantini (1858-1899) riprodotto nel volume. In una stalla ed alla fioca luce di una lucerna, troviamo due coppie: una mucca che sorveglia un vitellino sdraiato sulla paglia ed una contadina che, seduta su uno sgabello, tiene tra le braccia un bambino bisognoso di attenzioni e forse di cure.
In questa miniera di aneddoti scopriamo ad esempio che il lupo, oltre che simboleggiare il male come nella fiaba “Cappuccetto rosso” di Perrault (il 4 gennaio sarà un musical al Sociale di Como), in alcuni casi veniva considerato anche come taumaturgo «portatore di qualche apprezzabile qualità, in genere collegata alla sua vita selvaggia, alla sua indole combattiva e alla sua vicinanza alle forze generatrici della natura». «Così in epoca rinascimentale – prosegue Aliverti – poteva essere dato ai figli il nome “Lupo” per augurare loro un carattere forte e audace; oppure poteva essere somministrato ai neonati del fegato lupino in polvere per conferire loro forza e audacia, oppure ancora potevano essere portati amuleti derivati dal corpo dell’animale per propiziarsi una buona caccia o un soddisfacente incontro amoroso».
E i rimedi bislacchi ma all’epoca considerati serissimi dalla cultura popolare abbondano. Ad esempio durante la cerimonia del battesimo chi porta il neonato «non si deve voltare indietro, perché così facendo provocherebbe in lui da adulto un’eccessiva timidezza», e «non deve fare errori nel recitare il Credo, perché altrimenti il bambino da grande potrebbe vedere o essere disturbato da spiriti o folletti». E ancora: «Non volendo più avere figli si conferisce all’ultimo nato il nome di Sebastiano o Sebastiana a seconda del sesso». Oppure: «Durante la prima notte di nozze lo sposo che spenga il lume deve morire per primo». E: «Una lunga agonia è di solito attribuita al fatto di aver spostato un segnale di confine nel terreno».
Non mancano i riferimenti lariani, nell’enciclopedia medica popolare di Aliverti. Il caso più celebre è quello del culto di Santa Apollonia, che secondo l’agiografia venne torturata con delle tenaglie che le strapparono i denti dagli alveoli prima che si gettasse tra le fiamme. Per questo è particolarmente invocata per la protezione del mal di denti in Francia, in Belgio e in Spagna ed è particolarmente venerata a Cantù, dove è anche patrona della cittadina. Qui in occasione della festa patronale i fedeli si recano numerosi nella chiesa di San Paolo dove sono conservati un dente della santa, una statua della medesima e un dipinto raffigurante il suo martirio. «Tutti coloro che entrano in chiesa e baciano la reliquia – dice Aliverti – saranno dispensati da ogni tipo di patologia dentaria fino alla prossima festa patronale».

Nella foto:
A sinistra, il celebre dipinto di Giovanni Segantini Le due madri. A destra, il martirio di Santa Apollonia, molto venerata a Cantù, in un’opera del pittore Guido Reni

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