Quel legame con la corsa rosa di cui si farebbe volentieri a meno

Meglio l’ippica
di Paolo Annoni

Si è tornato a parlare di Como al Giro d’Italia, ma se ne sarebbe fatto volentieri a meno. La tragedia di Wouter Weylandt, ciclista belga di 26 anni morto nella terza tappa della corsa rosa, ha fatto rivivere il dramma di Fabio Casartelli.
Troppe le analogie per non pensare al 18 luglio di 16 anni fa. Ad iniziare dall’età delle vittime, 25 Fabio e 26 Wouter, per proseguire con il blasone delle corse, il Tour de France, Casartelli e il Giro, Weylandt. E poi la disperazione in diretta dei

telecronisti. L’arrivo che non ha più senso.
La morte di Casartelli avviò una lunga discussione sulla sicurezza nelle corse ciclistiche, culminata con l’introduzione del caschetto obbligatorio, avvenuta solo nel 2003 dopo la morte di un altro ciclista professionista.
Ora la sicurezza tornerà d’attualità nel mondo del pedale. Si discuterà di protezioni, di scelta dei percorsi, di velocità. Anche se dopo aver visto le prime immagini dell’incidente di ieri e la prontezza dei soccorsi con i sanitari comaschi (della Cri di Lipomo) protagonisti, vien da dire che Weylandt forse si sarebbe potuto salvare soltanto con un casco integrale. Una protezione poco sperimentata nel mondo delle corse e utilizzata oggi solo dai corridori di mountain bike. Si tratta di caschetti con la mentoniera imbottita e staccabile.
Il Lario torna sul Giro d’Italia per una storia triste. E pensare che la scorsa settimana, in sede di presentazione della corsa, una delle squadre più titolate della carovana, la Liquigas-Cannondale di Vincenzo Nibali, aveva scelto Como per il suo video realizzato dal regista bergamasco Marco Marcassoli. Un Garibaldi comasco, Fabio Facchinetti, e le location del Museo Civico di Como e di Villa Olmo.

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