Quel Transatlantico che fece Como più moderna

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Tesori locali – Tante storie umanissime nelle testimonianze raccolte attorno al “Novocomum”, uno dei capolavori razionalisti di Terragni

È più che mai vivo il Transatlantico di Giuseppe Terragni, la grande casa che si innalza tra viale Rosselli e via Sinigaglia a Como. Nel bel libro di testimonianze curato da Giorgio Cavalleri e da Elisabetta Ferrario ed edito dall’Associazione “Amici del Novocomum” – quest’ultimo è il vero nome dell’edificio – e da Nodo Libri, la singolare “nave” è narrata in una visione quasi antropomorfica. Palpita di storie umane e assume tratti vitali nei ricordi di tante persone diverse.
Le rotte

del Transatlantico, disponibile nelle librerie, è lo sviluppo naturale di un’idea: la nascita della citata associazione, nel 2006, e il desiderio di annotare in un quaderno le impressioni di visitatori di tutto il mondo. Nelle prime pagine compare la fotografia di Marina, la bella figlia dei curatori, mancata l’anno scorso, che aveva immaginato libro e titolo. A lei è dedicata l’opera che piacerà a tanti comaschi.
I tratti umani della casa traspaiono dall’affetto che anima chi scrive; dai rumori familiari, quello del riscaldamento proveniente dal locale caldaie, il “clac” dell’ascensore. Scorrono il corrimano ininterrotto, la gradinata esterna, vetrata e balconata?
Così, il nome “Transatlantico”, in origine assegnato polemicamente da chi non capiva e non accettava la visione del grande architetto di Meda, diventa un modo per ammirare confidenzialmente questo monumento del Razionalismo che dal 1986 è vincolato dalla Soprintendenza.
I contributi scritti di comaschi e non comaschi sono godibilissimi. Ci sono i ricordi di adulti che rimasero colpiti dal Novocomum nella loro fantasia di bambini. C’è la testimonianza di Luigi Zuccoli (tratta da Novocomum casa d’abitazione a cura di Giorgio Cavalleri e Augusto Roda, Nuove Parole, Como 1988) e qui riproposta. Il grande architetto che entrò nello studio di Terragni rievoca gli escamotage per il difficile parto dell’edificio: il progetto fasullo per ottenere la licenza edilizia e i ponteggi mascherati per affrontare le polemiche solo a cose fatte.
Lo scrittore Sergio Marzorati, che trascorse l’infanzia al Novocomum, rievoca i rumori di idrovolanti e motoscafi, non certo di automobili, che da lì si udivano; le ville a pelo d’acqua, perché non c’erano ancora le passeggiate di Villa Olmo e di viale Geno; le balie con i fazzoletti in testa; il ruggito dei leoni nel circo accampato in Prà Pasquée.
Ci sono le righe di Carla Porta Musa, che accenna al fascino di quegli appartamenti dove erano andati a vivere anche due suoi fratelli neosposi.
A Tino Tajana ragazzo, poi ingegnere capo del Comune, quello strano edificio sembrava «un po’ d’America arrivata a Como», come nei film. E il filo conduttore è la novità di Terragni, comasco che credeva nel futuro e che osava. Perché, come scrivono Michele Roda e Giorgio Cavalleri nella postfazione, il Novocomum è «punto di svolta nella pratica architettonica italiana».
Ma Alberto Longatti lascia intendere con ironia che quell’edificio e la Casa del Fascio, altro capolavoro di Giuseppe Terragni, interessano e attirano i turisti stranieri più che suscitare l’attenzione dei locali.

Marco Guggiari

Nella foto:
Sopra, il progetto di Giuseppe Terragni per il “Novocomum” e un particolare dello storico edificio. A sinistra, un ritratto di Marina Cavalleri, figlia dei curatori, mancata l’anno scorso, che aveva immaginato libro e titolo. A lei è dedicata l’opera

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