Quelle suore rimaste sole nel buio della pandemia

Emergenza Coronavirus Covid

«Ci aspettavamo un’onda ed è arrivato uno tsunami» recita uno dei capitoli del libro Lockdown, prima linea virale. Esperienze dal fronte ed emozioni da casa, curato da Anastasia Carcello, specialista in Radiodiagnostica e Psicoterapia, e pubblicato da Studio Byblos. Un coro di testimonianze di medici e operatori sanitari dal fronte della pandemia. «Sono un medico ospedaliero in pensione – dice Anastasia Carcello – Abbiamo descritto nel libro gli aspetti emotivi, clinici e sociali, vissuti durante la quarantena dai primi di marzo a maggio 2020»
Toccante è la testimonianza di Renata Vaiani, specialista in Medicina interna, direttore sanitario di MeD House, società medico/infermieristica accreditata sul territorio della provincia di Varese. Racconta come 23 anziane suore Canossiane dell’Istituto “Barbara Melzi” di Tradate, tra le quali anche alcune comasche, abbiano subito l’“attacco Covid”.
«La “Barbara Melzi” è un convento di suore, un tempo molto ricco di vocazioni con sorelle votate non alla clausura, ma alla formazione dei giovani» spiega la dottoressa. Da qualche anno ospita 23 religiose quasi tutte ultraottantenni – sottolinea Vaiani – Compare il Coronavirus in convento e due consorelle vengono ricoverate con sintomi Covid, la severa insufficienza respiratoria porta entrambe al decesso, ma una delle consorelle, già con patologia cardiaca, muore prima. Non vengono eseguiti tamponi alle sorelle rimaste in comunità. Nel frattempo anche la madre superiora si ammala. Il personale invia certificati di malattia e le sorelle restano sole».
Segue così il racconto, professionale e umano, che ha permesso al focolaio di non radicalizzarsi nonostante le drammatiche premesse. L’intervento tempestivo dei medici è stato risolutivo.
«È andato tutto bene – dice Vaiani – e oggi la vita del convento è ripresa con serenità e tutti i tamponi sono negativi, non vi è stato più alcun decesso». «Si è presa la decisione di non ricoverare, ma di trattare le “suorine” in loco, anche con sintomatologie gravi, decisione che si è rivelata vincente – sottolinea – Abbiamo evitato, da una parte, ricoveri sicuramente pericolosi e, dall’altra, grazie al coordinamento stretto con i servizi sociali, siamo riusciti a risolvere i problemi in modo tempestivo. Così il convento non sarà ricordato come un lazzaretto grazie all’organizzazione e alla compartecipazione dei tanti attori che hanno ben cooperato nei diversi interventi. Vi è anche una morale: in guerra l’uomo rivela la capacità di essere solidale e di rischiare con coraggio per gli altri, di esprimere il meglio di sé, ma, come in ogni esercito, nell’esercito “umanità” vi sono anche i disertori. Non si può cambiare il mondo, ma la solidarietà e il coraggio di moltissimi, ci fa vedere un orizzonte migliore».

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