Quello che le madri non dicono

Libri
(ka.t.c.) “L’amore materno è il solo sentimento casto che possa essere appassionato” scriveva George Sand. Eppure questo amore, a volte, si inceppa. Non è un argomento facile da affrontare quello del rifiuto di un figlio da parte della propria madre. Non a caso si dice che è un sentimento “contro natura”. Eppure, la depressione post partum esiste, si può persino morirne. Chi ha avuto il coraggio di scandagliare queste oscurità dell’animo femminile è Alina Rizzi con la sua ultima, toccante, raccolta di racconti dal titolo “Bambino mio – Quello che le madri non dicono” (edizioni Il Ciliegio), che l’autrice presenta questa sera, alle 21, alla Biblioteca di Asso.
Attraverso una serie di esperienze tratte dalla cronaca, dalle cartelle psichiatriche di madri ricoverate per depressione, dalle confessioni di amiche, Alina Rizzi dà voce a quella sofferenza che non ha nome, che non trova spalle su cui piangere. La fatica del quotidiano, le notti insonni, la responsabilità di una creatura appena venuta al mondo, e poi le ore, i giorni, i mesi chiuse in casa: un vissuto che le donne provano vergogna a raccontare, certe di non essere capite. Alina Rizzi si fa loro portavoce, invitando il lettore a non nascondere la realtà, perché quelle donne potrebbero essere nostre colleghe o amiche. O quelle donne straniere, la cui sofferenza è acuita dalla distanza dei familiari, dalle incomprensioni linguistiche.
Bello, poi, il ricordo della poetessa Silvia Plath, che mise a letto i suoi bambini, lasciando loro accanto il latte per l’indomani, prima di togliersi la vita.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.