Ragazzo investito a Rebbio, iniziato il processo

Il tribunale di Como

La sorpresa c’è stata prima dell’apertura del processo a carico del 32enne di Cassina Rizzardi ritenuto responsabile (dalla Procura di Como e dalla squadra Mobile che seguì le indagini) dell’investimento che all’alba del 20 ottobre 2019 uccise Gaetano Banfi, in un tratto buio di strada che a Como congiunge via Pasquale Paoli a via Clemente XIII.

La parte civile (ovvero la famiglia della vittima rappresentata dall’avvocato Pier Paolo Livio) è uscita dal processo rinunciando alla costituzione. Il motivo è da ricercare nel fatto che l’assicurazione ha risarcito il 50% su base concorsuale, ovvero dopo aver riconosciuto un concorso di colpa. Un passaggio di non poco conto in una vicenda processuale dove l’imputato si è sempre professato completamente innocente, rinunciando anche ai riti alternativi e all’eventuale sconto di pena pur di potersi difendere in aula di fronte al giudice monocratico di Como. Non è stata questa, tuttavia, l’unica nota dell’udienza di ieri mattina nel palazzo di giustizia lariano.

L’avvocato della difesa, Andrea La Russa, ha infatti chiesto una perizia sulla ricostruzione della dinamica. La riserva verrà sciolta in occasione della prossima udienza che è stata fissata in novembre. L’imputato ieri mattina era presente in aula.
La vittima viveva a Rebbio con la madre. A dare una svolta alle indagini della squadra Mobile, dopo giorni in cui del pirata della strada non c’erano tracce, furono le incongruenze e le contraddizioni dell’indagato. Versioni diverse tra quello che il sospettato dichiarò alle volanti nell’imminenza dei fatti e quanto riferì poi alla Mobile in fase di indagine.

Erano le 5.30 quando Gaetano venne investito e ucciso nella bretella (buia e stretta) tra via Paoli e via Clemente XIII. Il 32enne, che fu anche l’uomo che chiamò i soccorsi, agli agenti di polizia disse di aver percorso il tratto incriminato, di avere acceso gli abbaglianti della sua Ford EcoSport e di aver visto il corpo del ragazzo. Le indagini, però, avrebbero smentito queste parole. L’automobilista passò in quel punto non una sola volta ma tre, e soprattutto i soccorsi li chiamò al terzo passaggio, «quindici minuti dopo l’investimento». Perché? Tra l’altro, nei giorni successivi, risentito dalla polizia, il 32enne non ricordò mai di essere passato più volte da quel punto, ma solo di aver sbagliato a indicare l’ora della chiamata al 118. La versione, secondo gli inquirenti, cambierà in seguito, ammettendo i tre passaggi solo quando i giornali iniziarono a pubblicare notizie su una macchina che era stata vista transitare più volte.

La ricostruzione della difesa è invece al contrario e continua da sempre a insistere sull’assoluta estraneità del ragazzo finito a processo.

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