Ragazzo investito e ucciso all’alba: rinviato a giudizio il sospettato

Tribunale di Como

Nessun rito alternativo. Ha scelto, d’accordo con il proprio avvocato Andrea La Russa, di rischiare il rinvio a giudizio per poi difendersi in aula in un pubblico dibattimento dalle accuse di omicidio stradale e omissione di soccorso, mentre la calunnia è stata derubricata a simulazione di reato. Rinvio a giudizio che è poi arrivato, deciso dal giudice dell’udienza preliminare Carlo Cecchetti. Si tornerà in aula nel giugno del 2021. Si è tenuta ieri mattina l’udienza a carico del 32enne di Cassina Rizzardi ritenuto responsabile (dalla Procura di Como e dalla squadra Mobile che seguì le indagini) dell’investimento che all’alba del 20 ottobre uccise Gaetano Banfi, in un tratto buio di strada che congiunge via Pasquale Paoli a via Clemente XIII.
La difesa al termine delle indagini preliminari aveva contestato la ricostruzione che era stata fatta dall’accusa (pm Alessandra Bellù).
Una posizione che tuttavia non ha convinto il Gup che al contrario ha deciso per il rinvio a giudizio.
La vittima viveva a Rebbio con la madre. A dare una svolta alle indagini della squadra Mobile furono le incongruenze e le contraddizioni dell’indagato. Versioni diverse tra quello che il sospettato dichiarò alle volanti nell’imminenza dei fatti e quanto riferì poi alla Mobile in fase di indagine. Torniamo a quella mattina. Sono le 5.30 quando Gaetano viene investito e ucciso nella bretella (buia e stretta) tra via Paoli e via Clemente XIII.
Il 32enne, che fu anche l’uomo che chiamò i soccorsi, agli agenti di polizia disse di aver percorso il tratto incriminato, di avere acceso gli abbaglianti della sua Ford EcoSport e di aver visto il corpo del ragazzo. Le indagini, però, avrebbero smentito queste parole. L’automobilista passò in quel punto non una sola volta ma tre, e soprattutto i soccorsi li chiamò al terzo passaggio, «quindici minuti dopo l’investimento», scrive il pm. Perché?
Tra l’altro, nei giorni successivi, risentito dalla polizia, il 32enne non ricordò mai di essere passato più volte da quel punto, ma solo di aver sbagliato a indicare l’ora della chiamata al 118. La versione, secondo gli inquirenti, cambierà in seguito, ammettendo i tre passaggi solo quando i giornali iniziarono a pubblicare notizie su una macchina che era stata vista transitare più volte dal punto dell’incidente. Altra incongruenza: in un primo momento il sospettato disse di aver visto subito che si trattava di un corpo disteso a terra. Nelle versioni successive, invece, riferì di aver pensato prima a un sacco dell’immondizia, poi a un grosso animale. Ulteriore dato che non torna: il 32enne disse di essere, quella notte, di ritorno dal lavoro. Poi corresse la versione dicendo di essere stato in un pub a Lugano. Il sospetto degli inquirenti è che possa aver temuto, in un primo momento, in un test sull’alcol nel sangue. Nell’udienza di ieri mattina intanto si sono costituiti parte civile la mamma di Gaetano e anche i nonni, rappresentati dall’avvocato Pierpaolo Livio. Quella notte – era poi emerso dalle indagini – Gaetano non stava girovagando. Semplicemente, non aveva portato con sé le chiavi e, per non svegliare la madre che dormiva, aveva deciso di allungare il percorso.

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