Rapporti con l’Italia e l’Unione Europea. Per la Svizzera il Ticino è un “problema”

Canton Ticino

C’è un problema nel rapporto tra Italia e Svizzera. E questo problema si chiama Canton Ticino. Ormai da anni la regione italofona della Confederazione è in rotta di collisione con le scelte del governo e del Parlamento nazionali in materia di politica estera e di immigrazione.
I risultati dei referendum su temi sensibili – fra tutti, stranieri, Europa, Islam – dimostrano uno spostamento molto a destra dell’elettorato attivo ticinese.
L’ormai citatissimo voto del 9 febbraio 2014, giorno in cui la Svizzera si espresse su un quesito ambiguo proposto dalla Udc e intitolato «contro l’immigrazione di massa», ebbe esito favorevole ai promotori soltanto grazie al massiccio sì ticinese.
In quel momento si ebbe chiara la sensazione che nel rapporto tra l’Italia (e l’Europa) e la Confederazione, il cantone più a Sud era diventato un ostacolo.
La stessa sensazione si è vissuta martedì durante e dopo l’incontro tra i ministri degli Esteri Luigi Di Maio e Ignazio Cassis. Mentre le diplomazie dei due Paesi sottolineavano nelle dichiarazioni ufficiali la qualità dei rapporti tra gli Stati ed elencavano i fattori di successo delle relazioni bilaterali, in Ticino si discuteva soltanto di frontalieri, con la pretesa fra l’altro di imporre il tema come il più importante e decisivo dell’agenda dell’incontro.
Una richiesta che non è stata ovviamente presa in considerazione perché i motivi del vertice tra Di Maio e Cassis erano altri. Scorrendo il comunicato stampa finale si comprende bene la distanza lunare che intercorre tra le richieste del Cantone e la realtà della politica federale.
«La Svizzera e l’Italia non solo condividono una frontiera comune di 740 chilometri ma hanno sviluppato nel corso dei secoli un’intensa relazione, basata storicamente su legami umani, culturali, scientifici ed economici molto importanti – si legge ancora nel testo – I lavoratori transfrontalieri costituiscono un’importante risorsa per l’economia ticinese e svizzera in generale, oltre che per le province italiane confinanti. L’Italia è il terzo partner commerciale della Svizzera in ordine di importanza dopo la Germania e gli Stati Uniti. Il volume totale degli scambi commerciali con le regioni italiane confinanti supera quello degli scambi con il Giappone o con l’India».
Come dire: cari ticinesi, il rapporto con l’Italia è troppo importante perché sia messo in discussione dalla vostre pretese.
Non solo: Cassis ha pure «ribadito che la collaborazione fra la Svizzera, l’Unione Europea e gli Stati membri è stata fondamentale nel fronteggiare» la pandemia di Covid-19, concetto poi ripetuto in forma ancora più chiara ieri dopo il vertice a 4 con il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg, la ministra degli Esteri del Liechtenstein Katrin Eggenberger e il vice primo ministro del Baden-Württemberg Thomas Strobl: «La crisi ha dimostrato l’importanza delle frontiere aperte, non solo per l’economia, ma anche per le persone. La libera circolazione tra i Paesi è fondamentale», ha detto Cassis.
Parole che non sono ovviamente piaciute alla destra elvetica, né tantomeno alla destra ticinese, che mal sopporta l’idea di una Svizzera aperta e solidale. Il problema Ticino è aggravato dal fatto che tutte le forze di governo – oltre alla Lega, i Liberali Radicali, i Popolari Democratici e i Socialisti – manifestano insofferenza sulle tematiche della frontiera. È ovvio che la pressione del frontalierato sul cantone di lingua italiana è molto forte. Ma è altrettanto vero che la competitività del Ticino è legata quasi unicamente alla possibilità di utilizzare manodopera a basso costo. La tanto vituperata manodopera frontaliera.
Il prossimo 27 settembre gli svizzeri torneranno alle urne per decidere su una nuova iniziativa dell’Udc. Questa volta la posta in gioco è molto alta, perché il partito ultraconservatore chiede la fine della libera circolazione delle persone. L’Ue ha più volte detto che senza la libera circolazione viene meno l’intero pacchetto di intese bilaterali.
La posta in gioco è quindi altissima. Nella Svizzera tedesca e nella Svizzera romanda le forze politiche e sociali, ma soprattutto le imprese, si sono già mobilitate per contrastare la proposta dell’Udc. In Ticino tutto è ancora molto sottotraccia. C’è paura a scoprirsi perché, come detto, negli ultimi anni l’elettorato attivo ha sempre risposto andando massicciamente nella direzione anti-europea.
Ancora una volta il Ticino potrebbe diventare, per la Confederazione, un grande problema.

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