Razionalismo, architetture alla deriva. Ecco come trascuriamo quei tesori che vorremmo tutelati dall’Unesco

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La città da cambiare
Il paradosso: dal 2009 ne fu lanciata la “conservazione programmata”

(l.m.) Il capoluogo lariano alza l’asticella delle ambizioni. Si vuole candidare tra le realtà italiane che sono patrimonio tutelato dall’Unesco. Ma si dimentica dei suoi tesori.
Con un’iniziativa della lista civica “Per Como” lanciata sabato scorso, s’intende infatti valorizzare la città lariana puntando sul suo ruolo di “museo all’aperto” del Razionalismo architettonico che ha caratterizzato i primi decenni del secolo scorso. Dopo il lancio della mozione, la politica si è messa

in azione. Lo stesso sindaco del capoluogo lariano Mario Lucini si è detto favorevole all’iniziativa, così come l’assessore regionale alle Culture, Identità e Autonomie Cristina Cappellini.
Peccato però che, come detto, i monumenti più noti del Razionalismo cui fa riferimento la mozione siano spesso nel degrado. Il classico gatto che si morde la coda: senza l’aiuto di un ente di rilievo planetario come l’Unesco è difficile avere quella marcia in più, anche in termini di energie e finanze, che consentirebbe di porre mano alla manutenzione ordinaria e straordinaria. Sì, ma che biglietto da visita possiamo offrire, ai banali turisti e non solo ai funzionari dell’Unesco incaricati di condurre in porto la pratica, se la cura dell’arredo urbano e dei monumenti che lo caratterizzano lascia a desiderare? Stiamo parlando di tesori che avrebbero bisogno di una maggior tutela in sede locale, a prescindere da qualsiasi intervento esterno.
E non stiamo parlando di architetture oscure, note solo agli esperti. Parliamo ad esempio della Casa del Fascio di Giuseppe Terragni, che Bruno Zevi riteneva un modello di astrazione geometrica e che 3mila persone ogni anno (in buona parte stranieri) visitano, grazie alla guardia di finanza che la occupa tutelandola finché può. Ieri sul “Corriere di Como” abbiamo documentato fotograficamente che il selciato della piazza su cui sorge è invaso dalle erbacce, fino a lambire il monumento. E se Atene piange, Sparta non ride. Anzi. Altri gioielli del Razionalismo di cui Como è giustamente considerata un museo a cielo aperto non versano affatto in condizioni ottimali.
Pochi metri dietro la Casa del Fascio, in via Pessina, svetta il palazzo dell’Uli (Unione dei lavoratori dell’industria), ora sede dell’Asl provinciale, che ha intenzione di alienarlo: anche qui non ci si fa mancare un repertorio di erbacce e muri scrostati. Per non parlare poi dei soliti graffiti, piaga endemica di Como. Per fortuna, all’interno l’opera di Cesare Cattaneo e Pietro Lingeri viene raccontata con dovizia di particolari da un bel pieghevole illustrato.
Se ci spostiamo in via Alciato, ecco un’altra festa di piaghe, una ferita particolarmente dolorosa, sotto forma questa volta di crepe che da tempo albergano su un altro simbolo della creatività lariana in architettura. Sono sulla facciata di un altro documento insigne del genio di Giuseppe Terragni, l’Asilo Sant’Elia, che l’archistar Daniel Libeskind considera tuttora, una delle sue opere più mature e significative. Anche il totem installato di fronte all’edificio in occasione delle manifestazioni del centenario del maestro, nel 2004, è stato preso di mira da ignoti incivili a colpi di graffiti. Magari gli stessi che ripetutamente considerano una lavagna da ferire con la vernice un’altra opera di Terragni, il Monumento ai Caduti sul lungolago.
Andiamo poi in periferia: è ormai un caso disperato la fontana della trafficatissima piazza Camerlata, opera dell’architetto cernobbiese Cesare Cattaneo (si è appena concluso l’iter delle manifestazioni per il centenario) e del pittore astrattista comasco Mario Radice. Non è un documento “vintage”, è vero, dato che è una replica del modellino originale realizzato in cemento armato. Ma che uno dei simboli di Como sia costantemente ingrigito e assediato da smog e vibrazioni non è certo rassicurante. Macchie e distacchi di materiale sono ormai una realtà cui i comaschi hanno fatto il callo. Un tour desolante, insomma. E peccato che non più tardi dell’ottobre 2009 proprio alla Casa del Fascio un convegno internazionale organizzato dal Comune di Como abbia trattato il tema della “conservazione programmata dell’architettura moderna”, lanciando un piano triennale di interventi. Per i quali Como ottenne dalla Fondazione Cariplo un finanziamento triennale di 275mila euro proprio destinati a salvare i tre edifici simbolo del Razionalismo: l’Asilo Sant’Elia, il Monumento ai Caduti e la fontana di Camerlata. Il finanziamento copriva il 55% delle spese complessive, 600mila euro. Il bando della fondazione fu destinato a cinque azioni specifiche: diagnostica, monitoraggio, interventi conservativi, formazione e comunicazione. Lecito pensare che qualcosa si sia inceppato.

Nella foto:
Crepe e degrado sono ormai la cifra della fontana di Camerlata, opera di Cesare Cattaneo e Mario Radice

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