Razionalismo da rigenerare

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

Riuscirà Como ad avere come è auspicabile uno sguardo internazionale sui tesori architettonici del Razionalismo?

Sì, proprio quelli su cui si è tentato anni fa di costruire una candidatura ai beni tutelati dall’Unesco. Se ne parla spesso in termini di rigenerazione urbana, vedi il caso  della cittadella sportiva sul lungolago, o  in termini di tutela filologica del bene come nel caso dell’Asilo Sant’Elia su cui vigila la Soprintendenza e su cui prima o poi dovrebbe ripartire un progetto di cantiere.

Il vero salto di qualità avverrà tuttavia quando si tornerà alle radici di un movimento che fu internazionale per le sinergie che portò esemplarmente a compimento. Se una cosa però si è capita in questi anni è che mai come oggi, con le difficoltà a reperire fondi e a fare squadra, è necessaria una conservazione programmata dei beni giunti in eredità dal passato:   conservare  è atto morale prioritario rispetto al restaurare. Ovverosia cura e mantenimento dei beni sono doveri primari di chi li detiene. E qui arriviamo al dunque.

Il primo atto della conservazione preventiva è la conoscenza attraverso le fonti: se non puoi consultare, conoscere il pensiero del progettista o dell’esecutore attraverso schizzi  e dettagli, l’atto di conservazione preventiva è qualcosa di aprioristico e di assolutamente utopico. Il Razionalismo ha messo in atto con una incredibile forza propulsiva  una  straordinaria capacità di innovazione, cosa che il Futurismo auspicava ma mai raggiunse nemmeno nei suoi più voluttuosi sogni. E appunto a  livelli europei se non mondiali, e Como è lì da vedere come museo all’aperto pronto a questo discorso, se solo si volesse.

Ma è come un deserto senza le mappe che permettono di leggerlo: ossia gli archivi che vanno resi disponibili e comprensibili con mostre permanenti, ossia con la digitalizzazione. Se ci riusciamo  e lo stiamo egregiamente facendo con le epigrafi in latino di migliaia di anni fa, perché non è possibile con le carte e i lucidi e le matite dei maestri che recano nomi illustri come Terragni, Lingeri, Zuccoli e  via discorrendo? 

Stiamo parlando di  architetture che avevano un forte pensiero di innovazione, votate al nuovo, alla sperimentazione metodologica. Nuove travi a sbalzo, nuovi cementi, dialogo intenso tra le parti ingegneristica e artistica, sintesi dei linguaggi. Dobbiamo chiamare l’Accademia di Mendrisio di Mario Botta o abbiamo muscoli e cervello per  farcela da soli?  

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