Reale o immaginario, quando un incontro è sogno rassicurante

Parole come pietre di Marco Guggiari
La commerciante che ha detto di aver incontrato nel suo negozio al centro commerciale di Tavernola le due gemelline svizzere di cui si sono perse le tracce offre un’informazione da verificare, ma soprattutto esprime qualcos’altro. Racconta il desiderio, comune e diffuso, di un lieto fine a questa drammatica storia. Da quando si è saputo del suicidio del papà, della scomparsa nel nulla delle bambine, della lettera in cui lo stesso genitore prefigura la morte delle piccole, l’angoscia della mamma

è diventata la nostra. La sua speranza è quella di tutti. Gli avvistamenti che si moltiplicano, anche nel Comasco, lo confermano.
Nessuno sa se l’incontro di Tavernola sia davvero avvenuto, o se le bimbe di cui parla la negoziante siano in realtà altre due, solo somiglianti alle protagoniste del fatto di cronaca. La sua testimonianza, al momento, non può restituire ottimismo. Se confermata, potrà forse aiutare le indagini. Se invece non fosse aderente alla realtà, la si dovrebbe comunque leggere come un modo di partecipare al dolore, l’auspicio di una svolta positiva, la voglia di immaginare una situazione meno dura. E questo è ciò che salva l’umanità tutte le volte che all’indifferenza, all’invidia e agli altri sentimenti negativi sostituisce la vicinanza, la solidarietà, il benvolere.
La stessa particolarità del tipo di oggetto – i peluche venduti alle gemelline, o che la commerciante di Tavernola semplicemente immagina siano stati dati proprio a loro – è il più classico sogno di uno scenario rassicurante, lontano dal peggiore. Un’idea di tenero balocco con il quale le bambine si trastullano in un contesto familiare accogliente. E di un padre che fa la sua parte nello schema più lieto.

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