Rebus mascherine e cattedre vuote, la scuola riparte nell’incertezza

Scuola al via

Mille alunni, anzi qualcuno in più. E 2mila mascherine. Una fornitura che, a rigor di logica, sarebbe sufficiente soltanto per il primo giorno di scuola.
Gli istituti comprensivi e i licei comaschi riaprono le porte agli studenti con molte incognite.


L’ultima delle quali è esplosa nelle ultime ore, quando qualche preside ha pensato – correttamente – di dire alle famiglie la banale verità: lunedì mattina non potrà essere consegnata ai ragazzi la mascherina annunciata invece nei giorni scorsi dal ministero e dal commissario nazionale dell’emergenza Covid Domenico Arcuri.

La scuola di via Picchi, ad esempio, ha spiegato ai genitori con una nota che «il commissario straordinario ha consegnato al nostro istituto 2mila mascherine chirurgiche in data 4 settembre. Tale numero basterebbe per rifornire il personale interno per circa 10 giorni lavorativi una volta esaurite le disponibilità attuali. Se e quando verranno consegnate in numero utile per i bambini dai 6 anni in su (verosimilmente circa mille al giorno), il nostro istituto le fornirà anche agli alunni. Lo stesso vale per il gel lavamani, di cui sono arrivati a oggi 18 flaconi».
Nella nostra scuola – dice Simona Convenga, dirigente di via Picchi – abbiamo 1.086 alunni e 130 dipendenti. Per fornire a tutti loro la mascherina avremmo bisogno di 8mila pezzi alla settimana. Attualmente ne abbiamo 2mila in tutto». Che fare, dunque?
Al momento, la preside si è letteralmente inventata una «operazione solidarietà» appoggiandosi alle famiglie. In futuro si vedrà.
Certo è che lunedì la stragrande maggioranza dei ragazzi dovrà arrivare da casa con la mascherina. Di stoffa, chirurgica, griffata o démodé.

Peraltro, secondo il segretario provinciale della Uil Scuola, Gerardo Salvo, «sino a questo momento sussiste unicamente l’obbligo di fornire la mascherina ai docenti, non agli alunni. Noi abbiamo detto più volte che non è giusto, ma la situazione è tale per cui le famiglie si devono attrezzare».
Nel periodo intercorso tra gli esami di maturità e l’inizio del nuovo anno scolastico tutti gli istituti hanno avuto dallo Stato due tranche di finanziamenti straordinari con i quali, dice ancora Salvo, «avrebbero dovuto comprare anche le mascherine». In realtà i soldi sono stati utilizzati per molte cose: computer, attrezzature, riparazioni. Non per le mascherine. Anche perché lo stesso commissario straordinario Arcuri aveva annunciato, non più tardi di qualche giorno fa, la fornitura di 100 milioni di mascherine. Sin qui nessuno le ha viste.
Cattedre vuote
Ma a preoccupare il mondo della scuola, alla vigilia del rientro, non sono soltanto gli ormai celeberrimi dispositivi di protezione. Un’altra emergenza riguarda le cattedre. Scoperte un po’ ovunque.
A Como, dice ancora Gerardo Salvo, «manca ancora almeno il 30% dei docenti». Una situazione che non permetterà l’avvio regolare delle lezioni e ritarderà anzi di almeno una o due settimane la formazione dei corpi insegnanti nei vari istituti.
Il preside del liceo “Teresa Ciceri” di Como, Vincenzo Iaia, ha pubblicato sulla pagina iniziale del sito della scuola una lettera ai genitori che, nella parte conclusiva, è molto esplicita a riguardo: «Così come ormai capita tutti gli anni, molte cattedre sono ancora vacanti. Speriamo di avere i supplenti il prima possibile. Tuttavia, ciò al momento, non dipende dalla volontà dell’istituto ma dalle procedure che sono state attivate proprio quest’anno dal ministero dell’Istruzione».
E a proposito delle mascherine, Iaia non le ha mandate a dire: «A oggi – ha scritto nella sua lettera ai genitori – non abbiamo ricevuto alcuna mascherina per gli alunni. Che cosa dovrebbe fare l’istituto? – si chiede il preside del liceo Ciceri – tenere gli alunni tutti a casa?».
Domanda retorica, ovviamente, che meriterebbe però una risposta seria. Nel frattempo, un’altra preside – Silvana Campisano – da anni alla guida del Caio Plinio Secondo, osserva la situazione e ribalta il ragionamento. «Premesso che una dotazione settimanale per tutte le scuole appare al momento impossibile – dice Campisano – sarebbe forse preferibile che ciascuno avesse la sua mascherina personalizzata. Si eviterebbero pericolosi scambi e forse i ragazzi porrebbero ad essa maggiore attenzione. Fare accettare la mascherina chirurgica è più complicato, oltretutto si tratta di dispositivi fragili, che si rompono facilmente. E ne servirebbero milioni ogni giorno». La soluzione fai da te potrebbe essere migliore, meno inquinante e più facile da gestire.

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