Recovery Plan, troppi silenzi dal Lario

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di Giorgio Civati

Tra questo fine settimana e la fine del mese gli appuntamenti importanti per l’Italia sono un paio. Si parte oggi, probabilmente entro sera, con l’ufficializzazione delle nuove indicazioni per il contrasto alla pandemia – dopo le norme già approvate mercoledì dal consiglio dei ministri – che dovrebbero “colorare” buona parte del Paese – Lombardia compresa – di giallo, mettendo a punto anche una tempistica certa per riaperture varie tra ristorazione, sport e cultura.

L’altro fondamentale argomento che ci vede tutti coinvolti è la consegna all’Unione europea del piano italiano di utilizzo del Recovery Plan, il maxi stanziamento comunitario per il rilancio delle economie dell’Unione europea travolte dal Covid. In tutto 750 miliardi di euro, 209 dei quali toccheranno all’Italia. Stando ai “si dice”, il premier Mario Draghi avrebbe già chiuso il suo lavoro da giorni ma l’ha tenuto “coperto” fino alla fine, al passaggio in parlamento da lunedì prima dell’invio a Bruxelles, per evitare lamentele, questuanti, azioni di lobbing più o meno lecite, pressioni politiche di ogni genere e da ogni parte.

Tutto comprensibile e, soprattutto, nello stile di questo primo ministro. Tra consultazioni e raccolte di pareri, appare certo che la strada per l’impiego di questi oltre 200 miliardi resterà quella immaginata da lui e dai suoi uomini, tecnici più che politici. Di fronte a una quantità così enorme di denaro, gli appetiti sono infatti molteplici e di certo non tutti per il bene e il futuro dell’Italia. Una mano ferma nella gestione dell’impiego dei fondi europei è dunque necessaria. E, però, l’occasione è davvero unica, epocale: più di quel Piano Marshall che, dopo la seconda guerra mondiale, contribuì alla ricostruzione anche economica dell’Europa con soldi Usa. Pensarci è dunque non solo lecito, ma anche dovuto.

Assodato che quei 209 miliardi di euro arriveranno, non tutti insieme e subito ma certi, come verranno impiegati? Lasciamo pure, com’è giusto, al governo Draghi le strategie più ampie e generali; ma quel che già si sa è che a livello locale dovrebbero toccare 45 miliardi. Non tantissimi se da dividere tra Regioni, Province e Comuni, ma comunque parecchi soldi. Milano, per esempio, ha mobilitato anche i Municipi: ciascuno per la zona di competenza ha identificato necessità e priorità. Scuole, bonifiche ambientali, parchi e giardini, edilizia sociale e molto altro. Magari non se ne farà niente, o forse pochino, ma almeno lì, a una quarantina di chilometri da Como, ci stanno pensando. Ovvio, Milano è il capoluogo regionale, la capitale economica della nazione, la più europea delle città italiane e via di questo passo, ma ci resta un dubbio: e Como? E il Lario?

Da osservatori mediamente attenti alle cose politiche e amministrative di casa nostra ci pare che l’attenzione sia scarsina ai soldi del Recovery Plan. Qualche accenno del sindaco di Como Landriscina a possibili alleanze con la Svizzera e in particolare il Canton Ticino e poco altro. O forse niente altro. Anche dalla politica, tra il capoluogo, la Provincia e le altre realtà del territorio, le indicazioni latitano. E ci pare un peccato, perché magari soldi da Bruxelles passando per Roma e poi fino a Como non ne arriveranno. Ma, nel caso accadesse, farsi trovare impreparati sarebbe proprio assurdo.

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