Riccardo Piatti, da Rovenna al mondo del tennis

© | . . Riccardo Piatti durante l’incontro al Sociale (Fkd)

«Per me giocare a Menaggio era come essere a Wimbledon». «Il tennis più bello? Lo gioca Federer». «Come scelgo i giocatori? Prima parlo con i genitori». Ha parlato di tutto Riccardo Piatti alla platea del Teatro Sociale, davanti ad amici di vecchia data, a giovani tennisti e ad appassionati. Il coach comasco, uno dei migliori a livello mondiale, ha raccontato la sua storia nell’incontro voluto come “intro” allo spettacolo teatrale che andrà in scena il 29 aprile e basato sulla biografia “Open” di André Agassi. Piatti ha allenato giocatori come Cristiano Caratti (arrivato fino al numero 26 al mondo), Renzo Furlan (19°), Omar Camporese (18°), Ivan Ljubicic (nel 2006 numero 3 dell’Atp) e pure, da 17enne, quello che oggi è il numero 1 al mondo, Novak Djokovic (anche se per un solo anno). «All’epoca allenavo insieme Ivan e Novak – ha spiegato Piatti – Ivan era 3° al mondo, e non potevo seguire Novak come meritava per il suo talento. Quindi ci parlammo e prendemmo la decisione di dividerci».
Oggi Piatti allena il giovane talentuoso canadese Milos Raonic, 6° al mondo. Insomma, il nostro concittadino non sbaglia un colpo. E nel faccia a faccia del Sociale, ha ripercorso la sua carriera partendo proprio dal lago. «Ero di Rovenna. Scavalcavo un muretto e andavo a giocare a Villa d’Este. Ero un seconda categoria. Giocare a Menaggio per me era come Wimbledon. Come iniziai ad allenare? Si fece male il maestro di Villa d’Este e presi il suo posto. Sapevo giocare, ma mi resi conto di non saper spiegare il tennis. E questo è diventato il mio cruccio».
La decisione di fare l’esame per diventare maestro non viene presa bene in famiglia. «Volevano che mi laureassi. Ora sono i miei primi tifosi». È il primo passo verso una lunga e folgorante carriera, iniziata al Tennis Como (organizzatrice dell’evento al pari del Teatro Sociale) e poi passata per l’America.
«Volevo capire il tennis e il mio mentore, Gianni Clerici, mi disse che gli unici posti che mi potevano dare quello che cercavo erano la Francia o l’America». Poi di nuovo l’Italia, Caratti e Furlan («Io ero pazzo, ma loro erano più pazzi di me. Ma si misero in gioco e i risultati arrivarono»). Ed ecco la storia ventennale con Ljubicic portato da ragazzo fino al numero 3 al mondo. «Per me è fondamentale conoscere bene i genitori prima di fare una scelta su un atleta. Quindi andai a parlare con suo padre dopo che Ivan aveva appena perso da un croato. Parlava solo la sua lingua, non capiva l’italiano ma nemmeno l’inglese. Accanto c’era il fratello che traduceva. Io spiegai tutta la mia teoria sul figlio e il mio progetto. Il padre mi ascoltava e non parlava. Poi mi disse solo : “Va bene ho capito. Giocherà da lei. Ma di deve promettere che non perderà mai più da un altro croato”».
«Il compito di un coach? Lavorare e migliorare la tecnica di ogni singolo colpo. Ma il tennis è uno sport individuale, quindi deve anche rafforzare l’io del giocatore. Se un tennista è pelato ma crede di essere biondo e con i capelli lunghi, bisogna assecondarlo». E la chiosa: «Il mio obiettivo oggi? Portare Milos a vincere uno Slam. E farlo diventare 1° al mondo».
Mauro Peverelli

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