Ricomincia la “guerra” dei ristorni: in ballo ci sono 216 milioni di franchi

Italia Svizzera

La lettera firmata da Attilio Fontana e Christian Vitta il 30 aprile scorso, lettera con cui Lombardia e Ticino chiedono ai governi nazionali di Roma e Berna di accelerare sulla revisione della normativa fiscale riguardante i frontalieri, non è piaciuta a nessuna forza politica italiana, ma nemmeno alla Lega dei Ticinesi. Per motivi ovviamente diversi.
Sull’ultimo numero del Mattino della domenica, il settimanale gratuito edito dal partito di via Monte Boglia, il direttore (e deputato al Parlamento federale) Lorenzo Quadri ha spiegato, nello stile che gli è consueto, i motivi di questo disappunto.
I ristorni fiscali, sostiene Quadri, sono «soldi che versiamo senza alcun motivo, perché – come già scritto infinite volte negli scorsi anni – la famigerata Convenzione del 1974, che li istituisce è del tutto superata dagli eventi e non ha più ragione di essere. Visto che fine giugno è dietro l’angolo, e quindi anche la data in cui il governicchio (il riferimento è al Consiglio di Stato ticinese, ndr) dovrà decidere il versamento dei ristorni, ecco che va in scena l’ennesima patetica pantomima. La sceneggiata prende questa volta la forma della letterina congiunta (uella!) mandata a fine aprile a Berna e a Roma, dall’allora presidente del governicchio cantonale Christian Vitta (Plr) e da quello della Lombardia Attilio Fontana. Signori, ma a chi pensate di darla a bere? La letterina “a quattro mani” serve solo a far credere che con l’Italia la situazione si starebbe evolvendo (?) e quindi, per non far fallire le presunte trattative (ah ah ah), i ticinesotti anche quest’anno devono calare le braghe versare gli 84 milioni di ristorni! Qui davvero qualcuno pensa che la gente sia scema! I ristorni vanno bloccati e la Convenzione del 1974 disdetta! Basta regali al Belpaese!». Ora, ciascuno è libero di scrivere ciò che vuole, tanto in Svizzera quanto in Italia, Paesi nei quali – per fortuna – esiste un certo grado di libertà di stampa. Tuttavia, le cose non vere restano tali anche se sono stampate sui fogli di un giornale. E le cose non vere di Quadri sui ristorni sono moltissime.
Vale la pena di ricordarle perché, sul tema dei ristorni, si gioca una partita importante. Non a caso nella famosa lettera, la Regione Lombardia ha avanzato la richiesta di gestire il 50% di queste risorse, oggi destinate invece direttamente ai Comuni (almeno quelli la cui percentuale di frontalieri è pari o superiore al 4% della popolazione attiva).
Prima cosa non vera: «la Convenzione del 1974 è del tutto superata dagli eventi e non ha più ragione di essere». Su quali basi si fa una simile affermazione? L’accordo del 1974 elimina la doppia imposizione e prevede che una parte delle tasse pagate alla fonte dai frontalieri venga stornata al Paese di residenza. Cosa ovvia perché questi stessi frontalieri non usufruiscono dei servizi dello Stato elvetico (sicurezza, scuola e così via).
Il fatto che nel 1974 i frontalieri fossero 5mila e oggi siano diventati 72mila non incide sulla sostanza della norma. Che rimane ovviamente più che valida. Oltretutto va ricordato a Quadri che l’Italia riceve sì 84 milioni, ma il Ticino ne incassa 132.
Seconda cosa non vera: «I ticinesotti anche quest’anno devono calare le braghe e versare gli 84 milioni di ristorni!». I ticinesi, o per meglio dire le autorità competenti, non calano le braghe. Semplicemente, rispettano i termini di un accordo internazionale firmato tra Italia e Svizzera. Versano quanto è dovuto.
Terza cosa non vera: «I ristorni vanno bloccati e la Convenzione del 1974 disdetta! Basta regali al Belpaese!». Bloccare i ristorni è illegale, perché – come detto – si tratta di fondi individuati nella loro consistenza da un accordo internazionale. Nessun regalo, quindi. L’idea stessa che il Ticino ogni anno conceda all’Italia qualcosa è una mistificazione. Che Quadri e la Lega dei Ticinesi continuano a ripetere incessantemente, forse sperando in questo modo che una palese bugia possa diventare una verità.
Purtroppo, non è così.
Anche per questo – e torniamo al punto di partenza – la firma di Fontana in calce alla lettera del 30 aprile è sembrata una forzatura. Tanto che i primi a prenderne le distanze sono stati proprio i parlamentari comaschi e varesini della Lega, il partito del governatore lombardo.
A poco è servito pure l’acrobatico tentativo dell’assessore regionale Massimo Sertori di smentire senza smentire. L’altroieri, in un lunghissimo comunicato, Sertori ha tra l’altro ricordato che la lettera è «un contributo di discussione» inviato a Roma qualora «il governo italiano decidesse di intervenire riguardo questa categoria di lavoratori (i frontalieri, ndr). Anche perché, forse sarà sfuggito, gli accordi bilaterali sono di competenza dello Stato centrale e la Lombardia non ha facoltà di legiferare in merito». Appunto per questo, in molti, si sono chiesti che motivo avesse la Regione di firmare con il Ticino una simile proposta.

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