Cultura e spettacoli

Ricordi del lungolago prima dello scempio e di chi lo animava

 

altCi sono momenti nel mio vivere in cui mi lascio invadere dai ricordi. Sono tanti i ricordi quando i capelli sono tutti d’argento, metallo nobile, raffinato, non pacchiano, distintivo di una non ostentata ricchezza anche interiore. I baffi alla Vittorio Emanuele di savoiardo orgoglio, esibiti baluardi contro lo strapotere del casual taroccato che irreggimenta tutto e tutti.

La scatola della memoria è scrigno prezioso che si apre docilmente ogni volta che prevale la malinconia, il magone, il rimpianto. Non riesco a immaginare la memoria, i ricordi ammassati alla rinfusa o invece ordinati anno per anno, minuto per minuto, sentimento per sentimento. Si confondono i ricordi, i colori più cupi dei momenti più tristi si arrendono ai colori caldi e rassicuranti di istanti felici.
Lo confesso, mi piace perdermi in quei colori, estraniarmi, affidarmi docile alla prepotenza dei sentimenti che accompagnano il ricordo.
Mi assalgono improvvisamente, i ricordi. Un volto, una via, un oggetto, ecco l’imboscata come facevano quegli indiani cattivi che al cinema Moderno o all’Araldo assalivano con frecce e lance la diligenza dei bianchi buoni, ma poi per fortuna si sentiva la provvidenziale tromba del settimo cavalleggeri. Allora dai sedili sgangherati delle prime file, sotto il telone, si levava un applauso liberatorio che durava fino a quando il capo dei pellerossa cadeva sotto i colpi di sciabola dei “nostri”.
Amo la mia città, mi piace camminare per le vie del centro, la passeggiata, pedibus calcantibus, ovvero a piedi, da villa Geno a Villa Olmo vale più e costa meno di una seduta dallo psicoterapeuta o di una visita dallo specialista per curare i mille acciacchi che accompagnano realtà e fantasia dei meno giovani.
Mi rivedo sul lungolago, prima dello scempio. La guerra alle spalle da poco, la voglia di pace, le due funicolari gialle che puntualmente si incrociano a metà salita per una e discesa per l’altra.
È spettacolo da togliere il fiato quello che si presenta agli occhi dei viaggiatori che scendono dalle carrozze della nord.
Mille volte, per mano a mia mamma, sono sceso da quel treno al ritorno delle mie “vacanze” dalla nonna, in campagna, a Baranzate, un paesotto alla periferia di Milano, ora inghiottito dalla metropoli, ma allora teatro di prati verdi, “profumi” di letame nel grande cortile della corte, le stalle con i cavalli, il toro, le mucche, i maiali, le oche e le galline…
Si viaggiava in terza classe, quella che costava meno. In prima ci andavano i ricchi, in seconda gli impiegati, in terza tutti gli altri. I sedili erano di legno, ho ricordi terrificanti degli scaldini sotto i sedili stessi che letteralmente abbrustolivano gli sfortunati che avevano la disavventura di capitare su quei posti.
Appena fuori dalla bellissima stazione che mi ricorda nello stile e nei toni pacati dei colori il museo d’Orsay di Parigi, di quei tempi ha conservato intatto il fascino, almeno ai miei occhi.
Scesi dal treno, pochi metri ecco il lungolago, prima dello scempio. D’estate il gelataio con il suo baracchino a pedali. La scelta è tra cioccolato, panna, limone e, qualche volta, fragola.
Un sorriso, la paletta, una per ogni gusto, le parigine da venti o cinquanta lire in miracoloso ondeggiante equilibrio infilate una sull’altra. A me toccava sempre quella da venti lire.
D’inverno spariva l’omino dei gelati e appariva, o forse era lo stesso in abiti diversi, il venditore di caldarroste e di castagnaccio. Le caldarroste profumavano di boschi, forse le aveva raccolte il giorno prima dai moltissimi castagni a Brunate o a San Fermo, o nei boschi di Cardano e Cardina in quel di Monte Olimpino.
Le caldarroste le prendeva direttamente da una specie di padella bucata appoggiata sulla brace, le avvolgeva in un cono di carta di giornale, te le porgeva sorridente dicendo: “Attento che scottano!”. Il castagnaccio, una specie di torta di castagne e cioccolato: te ne tagliava una porzione abbondante per cinquanta lire, una delizia!
Avanti sul lungolago pre scempio, ecco la piazza Cavour. Poco prima dell’imbarcadero l’immancabile fotografo con l’armamentario di treppiede di legno, macchina fotografica, coperta nera come camera oscura…
Lo ricordo, signore educato di buona età. Un giorno mio papà, con me per mano, ha ceduto alle sue lusinghe: “Un bel sorriso, prego!”, clic su una specie di pompetta che fa aprire l’obbiettivo, ed eccoci immortalati, mio papà ed io, sia pure non sorridenti, anzi seriosi, forse curiosi, con alle spalle l’ombra di un battello che si staglia oltre la bellissima ringhiera di ferro che protegge le acque del lago dall’invadenza dei passanti.
Inopportuno il rombo del cannone di Brunate. È mezzogiorno, mi incammino verso il Duomo. Il gelataio, il caldarrostaio, il fotografo, ritornano ordinatamente o forse confusamente nella scatola della memoria.
Renzo Romano

Nella foto:
In piazza Cavour, accanto all’imbarcadero, un fotografo con treppiede di legno, macchina fotografica e coperta nera come camera oscura immortalava passanti e turisti
11 maggio 2014

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