Il ricordo di Árpád Fekete, bomber azzurro negli anni ’40 e leggenda in Messico

Foto dal libro “Como 1907-2007” di Editoriale. Fekete nell’area avversaria circondato dai difensori del Fanfulla Lodi

“Bombero legendario”. “Pompiere leggendario”. Così una rivista messicana celebrò il suo 90° compleanno, nel marzo del 2011. Un anno dopo, il 26 febbraio del 2012, la sua scomparsa. Domani, dunque, sarà il quinto anniversario.
È una storia che merita di essere conosciuta, quella di Árpád Fekete, ungherese, classe 1921, prima calciatore, poi allenatore. E come “mister” in Messico, una leggenda.
Una storia che passa anche dal Calcio Como, esattamente dal dopoguerra, visto che l’ungherese per due anni, militò nella formazione lariana. Árpád Fekete, attaccante, giunse sul Lario nella stagione 1946-1947, voluto dall’allora allenatore Eraldo Monzeglio (già difensore dell’Italia campione del mondo nel 1934 e nel 1938).
Non il primo straniero nella storia del club, visto che fin dalla fondazione, nel 1907, erano stati ingaggiati alcuni atleti svizzeri. Árpád Fekete fu il terzo ungherese, dopo Lazlo Gulyas e Lajos Hamacek: ma quando arrivò sul Lario era da ben due decenni che uno straniero non vestiva la casacca del Como.

Una formazione del Como 1946-1947: Fekete è in prima fila, accosciato, al centro

Fekete, vero e proprio giramondo, aveva esordito in patria con la gloriosa maglia dell’Ujpest di Budapest, poi, dopo un passaggio in Romania, al Carmen Bucarest, per poi approdare, tra 1946 e 1948, sul Lario. All’epoca la squadra militava in serie B. Nel primo anno segnò 5 reti in 17 gare, nel secondo, dieci in venti. Poi, al seguito di Monzeglio, andò alla Pro Sesto e in altre squadre italiani prima di chiudere la carriera al Montpellier, in Francia, nel 1955. Tra i suoi amici, anche Ernoő Egri Erbstein, l’allenatore del Torino caduto a Superga nel 1949.
Subito dopo aver smesso i panni di calciatore Fekete ha iniziato la carriera di tecnico. E dopo un passaggio in Italia al Grosseto, gli giunse la chiamata di un intermediario che gli propose di andare a guidare in Messico il Chivas de Guadalajara. Una scelta che gli cambiò la vita e che lo fece diventare una leggenda nel Paese centroamericano. «Dal 1957 al 1990 ho sempre allenato una squadra, senza mai fermarmi» aveva ricordato Fekete in un intervista pochi anni prima della sua morte.
Il suo bilancio è di tre scudetti messicani (due con il Chivas, uno con l’Oro), una Coppa nazionale (con l’Unam Pumas) e tre Supercoppe.

La copertina di una rivista messicana dedicata al 90° compleanno di Fekete

Ma perché il soprannome “Bombero”, il pompiere? «Perché mi chiamavano nelle situazioni difficili per salvare le squadre, quando tutto era compromesso» aveva spiegato. Il suo calcio era molto difensivo «perché prima di tutto bisogna partire da una buona organizzazione del reparto arretrato» amava ricordare. Una vita vissuta intensamente da un uomo che si definiva «la persona più felice del mondo». Bello ricordarlo così.
Massimo Moscardi

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