Ricordo del giovane capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Quel mattino, era il 4 settembre del 1982, il treno da Milano arrivò alla stazione di Como San Giovanni stranamente puntuale. Tornavo a casa solo, dopo una breve vacanza nel Salento con mia moglie e le mie figliole che, fortunate loro, sarebbero tornate qualche giorno dopo per l’inizio delle scuole.
Confesso che la vista di Brunate dall’alto di quella scalinata mi emoziona ogni volta. Mi par di sentire nell’aria un “ben ritornato!” recitato dall’azzurro del cielo, dal verde

della collina, dall’arrancare sicuro e dalla discesa frenata dei vagoni che si incrociano a mezza montagna.
Respirando a pieni polmoni l’aria di casa, scendo dalla scalinata e mi incammino lungo via Garibaldi per recarmi alla fermata del bus. Andare in vacanza è bello, ma tornare a casa è ancora più bello. Passo davanti al Politeama. Da un cartellone colorato Tognazzi mi invita a vedere “Amici miei”, da un altro ammicca “Et, l’extraterrestre”.
Pochi passi ed eccomi in piazza Volta. Saluto con un’occhiata distratta il grandissimo concittadino. La mia attenzione è colpita da una locandina appesa nell’edicola dove, a caratteri cubitali, leggo una notizia agghiacciante: “Assassinato a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Compro subito il giornale, leggo avidamente. “Ieri sera alle 21.15 con una raffica di Kalashnikov a Palermo è stato ucciso…”. Angosciante e angosciata la cronaca di un particolare del delitto. Un cartello lasciato da uno sconosciuto sul luogo del crimine recita: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.
Il mio pensiero corre a tanti anni fa… nel 1952 o forse ’53. Il comandante dei carabinieri di Como è il giovane capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa. La caserma con il comando è in via Lambertenghi; ho un confuso ricordo di quella volta che ci andai con mio papà per ricevere il pacco della Befana dei Carabinieri. Era questa una consuetudine apprezzata e attesa da tutti i bambini dei militari.
Più nitido invece un altro episodio perché me l’ha raccontato più volte mia mamma. Abitavamo in quegli anni a Ponte Chiasso, mio papà prestava servizio in dogana mentre la sua caserma era prossima ai magazzini Albarelli dove si fabbricava il ghiaccio.
Mi viene in mente un particolare curioso: vicinissima alla caserma, ai piedi della Maiocca, c’era una grotta all’interno della quale da una sorgente naturale scorreva un’acqua freschissima che poi mia mamma trasformava in effervescente minerale grazie alle magiche polveri di Idrolitina.
Ma torniamo al generale Dalla Chiesa nel racconto di mia mamma. Un giorno il maresciallo della caserma comunica a papà che verrà trasferito. Una notizia che lascia sgomenti mamma e papà. Il timore era di essere spediti in un’altra città, lasciare Ponte Chiasso per chissà dove… Un disastro per la casa, per la famiglia, per tutti.
Papà, uso ad “obbedir tacendo”, come si conviene a un carabiniere orgoglioso di esserlo, sia pure contrariato e dispiaciuto, accetta la decisione. Mia mamma invece non si dà per vinta: ritiene che l’impeccabile stato di servizio di papà, la guerra in Jugoslavia, anni di prigionia in un lager tedesco per fedeltà al “suo” Re meritino maggiore attenzione da parte delle autorità militari. Così, un mattino, con me per mano e mia sorellina in carrozzina, prende la filovia da Ponte Chiasso, scendiamo in piazza Cavour e ci rechiamo alla caserma di via Lambertenghi.
Si rivolge la mamma al “piantone”, il carabiniere al portone d’ingresso della caserma. «Vorrei parlare con il comandante». È gentile e rassicurante la risposta del giovane carabiniere che invita la mamma ad aspettare un momento. Dopo qualche istante lo stesso carabiniere accompagna mia mamma con me e mia sorella in un ufficio. E qui il ricordo esatto di quello che avvenne si fa lieve e sbiadito.
Non so che cosa mia mamma abbia detto a quell’ufficiale dei carabinieri, fatto certo è che questi ascoltò attentamente le sue accorate e documentate parole. La mamma, ricordando quell’episodio, ogni volta sottolineava la gentilezza e la disponibilità con cui era stata trattata. Ci teneva a dire, e lo ribadiva fermamente e dignitosamente, che lei non aveva cercato nessuna raccomandazione, ma voleva semplicemente che si tenessero nel dovuto conto i meriti e i difficili trascorsi di papà.
Il risultato di quel colloquio fu che mio papà fu sì trasferito, ma non in un’altra città. Venne assegnato alla caserma dei carabinieri di Monte Olimpino, in via Interlegno, dove prestò servizio fino alla meritata pensione. Naturalmente la mamma si guardò bene dal dire a papà della sua iniziativa. Si sarebbe arrabbiato moltissimo, mai e poi mai si sarebbe prestato a chiedere una raccomandazione. Così era mio papà “carabiniere”.
Mi ha assicurato più volte la mamma che quell’ufficiale che la ascoltò con tanta gentilezza e disponibilità era proprio l’allora capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Quel ricordo si è affacciato prepotente nella mia memoria davanti a quella tragica locandina “Assassinato a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa…”.

Nella foto:
Da sinistra, un primo piano del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il cartello affisso in via Carini a Palermo, subito dopo il mortale attentato

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