Ricordo di Luigino Meroni, prediletto dal Cielo

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Chiudo gli occhi, il calendario scorre all’indietro, anni Cinquanta, oratorio di San Bartolomeo. Il campo di calcio, un prato senza erba, ogni corsa una nuvola di terra e di polvere che si solleva. Ma non per un ragazzino zazzeruto, minuto, lieve. Lui non corre, lui danza, sollevato dal suolo, vola, leggero, evanescente, irraggiungibile. Sfiora appena il pallone e questi, docile, si arrende al suo padrone, artista, pittore, sarto, poeta.
Quando scende in campo lui, la vita dell’oratorio si

arresta, tutti a bocca aperta ed occhi spalancati per assistere alle sue prodezze. Perfino il prete interrompe la sua lezione di catechismo e si affaccia sulla soglia del salone per ammirarlo.
«Non preoccupatevi ragazzi, il Luigino è bravo, ma è come voi, anche lui ha due gambe e una sola testa, coraggio!». Così ci dice il nostro “mister” sulla filovia con cui da Monte Olimpino raggiungiamo l’oratorio di San Bartolomeo per la partita contro la squadra di Luigino.
«Fai presto a dirlo, ma provaci tu a correre dietro a un folletto imprendibile, provaci tu a volare senza ali…» è il pensiero di tutti noi.
Lui, il Luigino, è un predestinato, prediletto dal Cielo, toccato dalla grazia nei piedi e anche nel cuore e nell’intelligenza. Il suo posto non può essere sulla Terra; il suo destino è scolpito nei disegni delle nuvole. Tutti sanno che un giorno, neppure lontano, gli angeli, soggiogati dal suo estro, lo rapiranno a tutti noi per farne il loro numero “sette”.
Il suo volo leggero sul campetto di San Bartolomeo è preludio di orizzonti più alti, consoni al suo estro e alla sua grazia. La maglia della Libertas, l’azzurro del Como, il rossoblù della Lanterna, il granata del Toro, le brevi tappe del suo vivere fra gli uomini in attesa dell’ingaggio del Cielo. Lassù troverà ad aspettarlo i campioni del grande Torino, chiamati fra le nuvole da un tragico destino sul Colle di Superga. Mazzola e Bacigalupo gli daranno il benvenuto e gli affideranno la “sua” maglia numero sette.
Eccolo lì, il Luigino in mezzo ai compagni di squadra. Il pubblico vociante è a ridosso del muretto che delimita il terreno di gioco. La squadra avversaria, la mia squadra, è pure fortissima. Ne fanno parte campioncini che, ne sono certo, calcheranno ben altri campi di gioco in stadi gremiti di appassionati e patiti di pallone.
Ciccio Mascetti, futuro capitano del Verona, suo cugino Gigi, che tra studi e pallone sceglie gli studi e diventerà ingegnere, Chicco Boriani, fortissimo terzino del Como… Poi ci sono io, panchinaro di ruolo, Gera volonteroso, ma quasi sempre in panchina con me. Io non sono bravo a pallone. Me la cavo con la testa, non nel senso dei colpi nei quali, in realtà, sono scarso. Per questo sono un panchinaro, una riserva, il mio tocco è ruvido, rozzo, il pallone non si fida di me, va dove vuole, si ribella alle mie lusinghe e alle mie intenzioni.
Panchinaro quasi sempre, anche oggi. Da bordo campo assisto impotente alla sconfitta, in verità del tutto onorevole, della mia squadra soggiogata, annichilita da un marziano travestito da zazzeruto imprendibile, ragazzino con il numero sette sulla schiena. Eppure nella mia squadra, lo ribadisco, militano fior di campioni, che però hanno il grave torto di essere terrestri…
Nel ritorno in filovia a Monte Olimpino, il mister ci consola: «Bravi, ve la siete cavata bene! Certo che quel Meroni li è fortissimo… Scommetto che farà carriera!». Facile profeta, il mister. Anche al più sprovveduto allenatore non potevano sfuggire le doti di quel ragazzino.
Per Luigino, calciatore prodigio, la provincia è stretta. Il suo estro “pallonaro” è manifestazione ludica e popolare della sua esuberanza intellettiva; la fantageometria, che regola il suo caracollare agli estremi del campo e lo eleva a imprendibile folletto, è riservata a pochi fortunati eletti per estro, fantasia, cuore, intelligenza.
Dal Sinigaglia, su un idrovolante, dopo la partita Luigino s’invola per teatri ben più degni delle sue recite. Da qui in avanti libri, televisione, filmati, raccontano la storia di Luigino campione nel gioco del pallone e favoleggiano sul Luigino uomo con le sue debolezze e virtù.
A riassunto estremo del Luigino fuori dal campo, l’epitaffio di Gianni Brera, graffiante e polemico con tutti i campioni, invece rispettoso e ammirato nei confronti del nostro: «Tu eri giovane e puro abbastanza per non dimenticarti di essere vero pure nelle stranezze».
Un giorno, in occasione di una partita del Como, il fratello Celestino mi ha confidato che, a Torino, Luigino pagava l’affitto a persone bisognose e indigenti. Era forse questa una delle sue “stranezze”! Apro gli occhi, mi ritrovo ad oggi. Il mio ricordo di Luigino Meroni, quasi mio coscritto, mai -per mia fortuna – avversario sul campo, è tutto qui.

Nella foto:
Gigi Meroni al termine di una delle sue galoppate, dopo una serie di dribbling stretti, “vola” verso la porta avversaria e mette in rete il pallone scavalcando il portiere

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