Ricordo di un professore che un giorno non arrivò più a scuola

altI ricordi di scuola, “naufragar m’è dolce” in quel magico mondo di sentimenti ed emozioni che li avvolgono. Scolaro alle elementari “ai temp de Carlo Cudega”, colorita espressione meneghina per definire un tempo lontano in cui il bidello era un’autorità, la maestra ti sgridava, ti mandava dietro la lavagna, faceva chiamare la tua mamma che veniva a scuola, ascoltava la maestra, le dava sempre ragione, fingeva di darti uno scappellotto, ti minacciava con un preoccupante “a cà te ciapet ul rest”…
Alunno alle medie con il “De bello gallico”, l’Iliade, le poesie da studiare a memoria, me lo sogno ancora oggi il “Piemonte” di quell’insopportabile Carducci che la prof pretendeva senza la minima incertezza dalla prima all’ultima strofa…

Studente al liceo, professori che hanno lasciato il segno: la Riva di italiano e latino, tanto “piccola” quanto “altissima” a farti amare le sue discipline; l’Amoletti di matematica e fisica, mai un’assenza in tre anni, il suo “va beneè”, talvolta soffocato da una sciarpa rossa a nascondere febbre e raffreddore; il prof Salardi di disegno, con i suoi “schissi”; il Puglisi di chimica, altrimenti detto Kipp, per via di quell’esperimento mal riuscito con scoppio finale, appunto dell’apparecchio di Kipp; il Moro di ginnastica e le sue “flessioni” fino allo sfinimento; lo Schiffini di storia e filosofia che, per mollare un sei, ti faceva morire… Infine l’università e poi il ritorno alla scuola, ma dall’altra parte della cattedra, prima alla media e poi al liceo… “Una vita a scuola” non è solo un modo di dire. Una fortuna, un privilegio. Mestiere più bello non esiste.
In classe non puoi invecchiare: se invecchi sei morto, vivi in uno stato di competizione continua con i tuoi ragazzi che ti provocano, stuzzicano, sfidano, se perdi un colpo sei andato.
Un viaggio nei ricordi di scuola è un safari pieno di sorprese, avventure, sentimenti, emozioni. Riaffiorano storie belle, ma anche momenti tristissimi. La storia che racconto oggi lascia sgomenti. Corre il millenovecentonovantotto, mese di giugno, a scuola è tempo di scrutini. Gli studenti danno fondo alle estreme risorse fisiche e mentali per le ultime decisive interrogazioni e per i compiti in classe di recupero. I professori vivono momenti di stress emotivo e mentale: le decisioni sulle sorti di un anno di scuola sono difficili da prendere.
L’anno scolastico è trascorso nella normalità, se così si può definire l’effervescenza continua della vita in classe. Nulla lascia trapelare l’immanenza della tragedia. Quel mattino di giugno, una classe delle magistrali attende il suo prof di filosofia.
Il campanello d’inizio delle lezioni è suonato da qualche minuto, ma il prof non è ancora arrivato. Viene da Dongo il prof Pietro Landi, forse un incidente sulla trafficatissima strada del lago. Così pensa il bidello, mentre gli alunni approfittano del ritardo per ripassare.
Passano i minuti, il prof non arriva, allora il bidello va ad avvertire il preside perché provveda a mandare in classe un supplente. Da quel giorno sono trascorsi più di quindici anni. Del prof Pietro Landi, docente di filosofia alle magistrali Teresa Ciceri di Como, anni trentacinque, non si hanno più notizie. Una vicenda dolorosissima, perché nulla lasciava presagire quello che sarebbe accaduto.
Ero collega del prof Landi, anche se non insegnavamo nello stesso corso. Qualche volta avveniva di incontrarci in sala insegnanti o nei corridoi durante l’intervallo, In verità, non spesso, perché il prof Landi era ricercatissimo dai suoi alunni e dalle sue alunne e, pertanto, era sempre attorniato da capannelli di studenti che lo ascoltavano incantati dal suo modo di proporsi. Piaceva ai suoi studenti, forse anche per i suoi capelli lunghi abbastanza inusuali e apparentemente trasgressivi per un insegnante, ma soprattutto per la sua disponibilità ad ascoltare.
La filosofia la conosceva bene, la sua laurea con lode ne faceva un docente serio e preparato, sentimenti e testimonianze di suoi alunni tratteggiano una preparazione professionale ineccepibile e una capacità di gestione della classe adeguata. Era severo, giustamente severo, ma estremamente attento nelle valutazioni.
Era un estroso, poliedrico nei suoi interessi. Ricordo che un giorno venne a scuola con un suo quadro. Apprezzatissimo dai suoi alunni, il dipinto del prof rimase per alcuni giorni in bella mostra appeso dietro la cattedra in una sua classe.
Questo suo modo di essere “prof” non solo di filosofia, e la sua disponibilità al dialogo piacevano ai ragazzi che, per questo, lo apprezzavano e stimavano.
Mi avviene spesso di pensare al prof Pietro Landi, mi chiedo ancora oggi se non avrei potuto fare qualcosa di più per lui, visto il reciproco rapporto di stima e di simpatia… Lui giovanissimo, io con i miei baffi e capelli sempre più bianchi, invidiavo la sua freschezza e spontaneità: c’erano tutte le premesse per trasformare questo rapporto in proficua, vera amicizia. Invece così non è stato. Il prof Pietro Landi, un brutto giorno, è sparito nel nulla. Lo ricordo e lo rivedo con i suoi capelli “lunghi” nel corridoio durante l’intervallo attorniato dai suoi alunni e dalle sue alunne. Lui parla e loro ascoltano…

Nella foto:
Un giovane docente, preparato, apprezzato e amato dai suoi studenti, scomparve nel nulla durante gli ultimi giorni di scuola nel mese di giugno 1998

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