Ricorso respinto: definitiva la pena per il suocero di Arrighi

La decisione è stata presa ieri dalla Cassazione. La difesa chiederà l’affidamento ai servizi sociali
Ricorso respinto e pena, dunque, che diventa definitiva. La Corte Cassazione si è pronunciata ieri sulla vicenda di Emanuele La Rosa, il suocero di Alberto Arrighi. L’uomo, 68 anni, aveva patteggiato di fronte al giudice dell’udienza preliminare di Como, Maria Luisa Lo Gatto, la pena di 3 anni e 5 mesi per avere aiutato il genero a disfarsi del corpo di Giacomo Brambilla, l’imprenditore delle pompe di benzina ucciso a colpi di pistola all’interno dell’armeria Arrighi di via Garibaldi. I giudici
del “Palazzaccio” non sono nemmeno entrati nel merito della vicenda, respingendo il ricorso. L’intero incartamento torna ora all’ufficio esecuzioni della Procura di Como, dove i legali del suocero di Alberto Arrighi – Giuseppe Sassi e Susi Mariani – presenteranno, nelle prossime ore, una richiesta di affidamento ai servizi sociali che verrà vagliata dal Tribunale di sorveglianza di Milano. Se la risposta dovesse essere negativa, per Emanuele La Rosa si aprirebbero le porte del carcere dove aveva già trascorso – nel periodo successivo all’omicidio di Giacomo Brambilla – un periodo di sei mesi. Da scontare, infatti, rimarrebbero 2 anni e 11 mesi. La speranza degli avvocati difensori è ovviamente diversa, ovvero quella che i giudici milanesi possano accogliere l’istanza di affidamento ai servizi sociali. Il ricorso di fronte ai giudici della Cassazione era stato puntato su una questione tecnica, ovvero sul fatto che l’episodio contestato a La Rosa avrebbe dovuto essere considerato in realtà come un unico reato complesso e non doppio come vilipendio e distruzione di cadavere. Il suocero di Alberto Arrighi, comunque, al momento rimane libero in attesa delle decisioni che verranno prese sul suo conto. La vicenda di Emanuele La Rosa si collega a doppio filo a quella dell’ex armiere comasco. Intervenuto la sera del delitto di Giacomo Brambilla – il 1° febbraio 2010 – aiutò Arrighi a disfarsi del cadavere della vittima, decapitandolo (la testa, come è noto, fu rinvenuta dagli inquirenti nel forno della pizzeria di famiglia a Senna Comasco) e gettando il resto del corpo, dopo un lungo viaggio in macchina, in una scarpata in quel di Crevoladossola a Verbania. Un comportamento che sconvolse, anche perché il giorno successivo al delitto l’uomo andò a sciare con amici come se nulla fosse successo. Di La Rosa parlò in modo molto pesante anche il Tribunale del Riesame che bollò la condotta dell’uomo come «impressionante», «senza un moto di disperazione, un segnale di smarrimento» neppure di fronte al corpo sanguinante dell’uomo. La storia processuale di La Rosa è poi proseguita nell’ombra rispetto ad Arrighi, riapparendo nel giorno del giudizio di primo grado che condannò il responsabile del delitto a 30 anni di carcere. Il suocero invece, come detto, ne uscì con un patteggiamento a tre anni e cinque mesi ora diventato definitivo.

Mauro Peverelli

Nella foto:
L’avvocato Sassi chiederà l’affidamento di La Rosa

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