Riscaldamento globale, il Lario “ha la febbre”: a rischio la riproduzione dei pesci più piccoli

Lago di Como

Il Lario ha la febbre, ma non c’entra il coronavirus, anche se l’origine è pur sempre uno squilibrio ambientale.
Nella provincia lariana ci sono operativi sul territorio circa 4mila pescatori dilettanti che operano sia nelle acque del Lario, in quelle dei laghi minori e sui fiumi, più 42 professionisti cui si aggiungono i 28 del Lecchese (70 in tutto quindi). Hanno tutti a che fare con il riscaldamento globale e le sue conseguenze. Meno pesci, meno reddito. E fauna ittica che soffre.
Le cause, come sottolinea William Cavadini, storico presidente del gruppo di pescatori “Como Alpha” «sono il mancato interscambio tra acque di profondità e di superficie in inverno: l’acqua è troppo calda e non avviene afflusso di plancton nutritivo che nutre i piccoli pesci di superficie. Il lago caldo in inverno – dice il pescatore comasco, che ha di recente postato su Facebook un allarmante articolo sul riscaldamento delle acque del Lario – è un problema sempre più avvertito negli ultimi anni, e a farne le spese sono appunto piccoli pesci come le alborelle che si nutrono di plancton e fanno a loro volta da mangime per altri pesci di dimensioni maggiori come le trote. Non dico che così il lago muore, servirebbero altri dati scientifici per farlo – dice ancora Cavadini – ma sicuramente è un ecosistema che subisce profonde mutazioni. Diminuiscono i pesci foraggio, come li chiamiamo noi, ossia l’alborella il pigo e il gardon, che mangiano plancton e vengono poi mangiati da pesci maggiori come lucci e trote. Ogni fine settimana vado a pescare sul Lario, con la pandemia l’attività ha rallentato ma non si è azzerata, ed è ormai da 4 anni che vedo la temperatura invernale alzarsi considerevolmente, quest’anno mai andata sotto gli otto gradi. Forse anche perché c’è meno vento che in altri anni. Così il pescato crolla del 40% sia per noi dilettanti che per i professionisti. Siamo riusciti l’anno scorso a salvare il lavarello, che era destinato all’estinzione. Con la Regione siamo riusciti a portare le maglie delle reti dei professionisti da 32mm a 35mm per permettere al pesce di fare 2 anni riproduttivi, mentre prima ne faceva solo uno. C’è poi il problema del lago basso, che mette a rischio la fase riproduttiva dei lavarelli».
A confermare le difficoltà è Carlo Romanò, tecnico dell’amministrazione regionale nel settore pesca (la Regione ha ripreso il controllo della pesca un tempo demandato alle provincie): «La crisi innescata dal riscaldamento globale colpisce il lavarello soprattutto – dice l’esperto – che è la specie più abbondante nelle acque del Lario. Certo è che raramente per questi fenomeni, come il calo del pescato del 40%, c’è una causa unica. Quella del riscaldamento delle acque è senz’altro da tenere monitorata, mentre di sicuro l’abbassamento del livello del Lario da quando sono operative le dighe di Olginate, nei mesi invernali, mette a rischio la riproduzione dei lavarelli».

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