Categories: Notizie locali

Roncoroni ci invita ad amare le parole

Ricca, ricchissima di parole la lingua italiana, ma il lessico specie nelle nuove generazioni via via si impoverisce. Colpa della pigrizia, della scuola, dell’inglese, dei telefonini? O di tutte queste cose insieme?Ai posteri l’arduo dipanare la matassa, intanto pensa un comasco a farci (ri)amare le parole della lingua di Dante (e anche quelle della tradizione locale). Muovendosi tra cuore e mente ha composto negli anni il dizionario delle parole più amate un autore che alle parole ha dedicato la vita, Federico Roncoroni, studioso e scrittore, autore di opere di successo come la grammatica italiana più diffusa nelle scuole e più venduta al mondo.Roncoroni ha appena pubblicato in versione aggiornata e aumentata per i tipi di Tea il suo Sillabario della memoria (pp. 299, 15 euro) uscito nel 2014. Dalla “a” di «abballinare» alla “z” di «zuzzurullone» Roncoroni sviluppa una narrazione solo in apparenza rapsodica e caleidoscopica ma che è da leggere come un flusso narrativo unico, oltre che invito al viaggio in un mondo che si specchia e si perde nelle parole degne d’affezione.Una macchina della memoria ben oliata “per forza di scrittura”, quella di Roncoroni. Che qui si rivela anche autore di delicati calligrammi “alla Apollinaire” che lo ritraggono in contemplazione leopardiana della luna in compagnia dell’amato gatto (cui ha dedicato irresistibili inni in versi).Esercizio colto quanto originale di autobiografia in forma di rigoroso dizionario, il libro di Roncoroni ha inaugurato un genere nuovo, con dovizia di etimologie e puntuali notazioni linguistiche e citazioni da autori “alti” come Manzoni e Gadda e da dizionari storici (sulla scorta di D’Annunzio – faro di riferimento per il Roncoroni commentatore di classici – che ne collezionava a sua volta per nutrire la scrittura).Un apparato di glosse frutto di sapienza e dottrina mai però fini a se stessi ma orientate ad un’affabulazione fatta di accoppiamenti. A volte giudiziosi, a volte birichini. Ma il sugo vero di questo menù ricchissimo, un toboga linguistico irto d’irresistibili calembours da cui si esce divertiti e arricchiti, sono le parole stesse. Calde di vita e di studio le parole tornano così necessarie all’umano vivere come l’aria e l’acqua: anche quelle proibite dalla morale, quelle forbite o desuete e anche quelle della tradizione locale, cioè in schietto vernacolo lariano. In cui ogni suffisso o sillaba ha il sapore di una madeleine proustiana.

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