Sala delle Asse, conferenza al Carducci domani

L'ingresso dell'associazione Carducci a Como

Un evento di grande prestigio è programmato presso il Salone Musa della Associazione Carducci, viale Cavallotti n° 7 per domani alle ore 18. Sarà ospite per una conferenza Francesca Tasso, Conservatore responsabile delle Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco di Milano, ma quel che ancor più è rilevante è che la Tasso è vice presidente del Comitato Scientifico per il restauro della Sala delle Asse di Leonardo, in seno al quale svolge un’azione di coordinamento dei lavori. Francesca Tasso è pertanto persona ben addentro a tutte le tematiche sia leonardesche in generale, sia della Sala delle Asse in particolare. Intratterrà il pubblico comense e i soci del Carducci con una conferenza a titolo : “ Leonardo e il castello di Milano. La Sala delle Asse e il suo restauro”, un modo per approcciare da molto vicino i “segreti” del celebre dipinto leonardesco, per capire l’impostazione che il Maestro volle dare, per conoscere le problematiche di conservazione, per conoscere il ruolo e la metodologia del recente intervento di restauro.

La Sala delle Asse era la camera quadrangolare a piano terreno dell’angolo nord orientale sui cui sorgeva la Torre Falconiera: la sala era stata scelta da Lodovico il Moro (1452-1508) per accogliere un meraviglioso pergolato dipinto, ma l’uso dell’ambiente, abitabile fin dal 1468, già all’epoca del fratello maggiore del Moro, il duca Galeazzo Maria, aveva una funzione di rappresentanza, resa ancora più evidente da Lodovico coll’affidare a Leonardo da Vinci l’incarico della dipintura.

La camera della torre era la sala per le grandi cerimonie, fidanzamenti, alleanze, contratti, occupava una posizione privilegiata entro l’assetto della fortezza, snodo angolare della corte, fra la sala dei Ducali e la sala della Duchessa. Il progetto di rinnovamento architettonico e decorativo fu inedito per temi e sensibilità.

La denominazione di Sala delle Asse, riportata in auge dall’architetto Luca Beltrami a fine Ottocento, alluderebbe alle assi di legno che rivestivano la stanza al tempo di Galeazzo Maria, prima dell’avvento del Moro e di Leonardo: era una sorta di boiserie. Lo si evince da due lettere di Gualtiero da Bascapè al duca Lodovico (21 e 23 aprile 1498).

Per la grande sala (pareti larghe 15 metri, coperta da una volta a spicchi con 16 lunette, quattro per lato, impostate a oltre 6 metri d’altezza) di rappresentanza il nuovo duca progettava una decorazione senza paragoni, esprimendo una autocelebrazione ben più matura e moderna di quella dei predecessori e nel farlo sceglieva quale interprete ideale il pittore più dotato del momento: Leonardo da Vinci. Siamo nel 1498, l’artista toscano operava da alcuni anni al servizio della corte sforzesca, spesso su committenza del Moro, suo coetaneo: era approdato a Milano all’età di 30 anni nel 1482. I lavori ebbero inizio nella primavera del 1498 e promessi per il mese di settembre dello stesso anno. Il termine non fu rispettato come accadeva spesso per le opere leonardesche, i lavori proseguirono più lentamente del previsto, quasi certamente muovendo col colore dalla volta sino alla parte inferiore delle pareti che rimasero a uno stato incompiuto. È opinione che il cantiere, inaugurato nella primavera del 1498, rimanesse interrotto nel settembre del 1499 quando i Francesi invasero lo Stato di Milano e presero il castello, abbandonato dal Moro in fuga.

Le recenti rimozioni dell’allestimento museale BBPR ha permesso di svelare un ricco palinsesto pittorico e grafico, parzialmente nascosto da numerosi strati di calce stesi nel corso dei secoli per sanificare l’ambiente, già a partire dal Cinquecento.

Splendidi lacerti del disegno preparatorio, un underdrawing, e interamente monocromo perché eseguito a carboncino e con ocre stese a pennello, sono quindi emersi. La tecnica a tempera su muro è molto simile a quella già impiegata per il Cenacolo, con grandi effetti chiaroscurali. Sono soluzioni straordinariamente complesse, soprattutto se si considera che erano destinate ad essere coperte dallo strato pittorico.

E’ sommamente celebrato il tema delle rocce, arbusti, radici, dei dettagli botanici sui disegni a carbone dei tronchi, di robusti fusti, nodi, polloni, con irregolarità della corteccia, foglie cuoriformi, tracce di bacche rosse che rendono inequivocabile l’identificazione botanica delle piante con la specie di gelso, chiamato in Lombardia “morone”. Il termine rimanda alla committenza di Lodovico detto il Moro per il colore dei capelli e della pelle (ma morus era il nome del gelso in latino).

Dopo la caduta di Lodovico nel 1499 (che fuggì passando per Como e imbarcandosi nel porto della nostra città verso l’alto lago e l’Engadina – ce ne parla il nostro Benedetto Giovio) e il conseguente allontanamento di Leonardo da Milano in direzione di Mantova e di Venezia, il cantiere della “camera della torre” rimaneva interrotto e nelle mani degli invasori. Forse Leonardo vi rientrò nel 1508 quando fu di nuovo a Milano al servizio del governatore Charles d’Amboise ed è tramandata la notizia da un storico lodigiano che descrive l’utilizzo della sala per il passaggio di consegne del governatore Francesco II d’Orléans duca di Longueville al successore Gaston de Foix, duca di Nemours, nel 1511.

Da allora in avanti la torre Falconiera inizia a registrare una progressiva decadenza, pur riapparendo, per breve tempo, quale teatro del matrimonio tra Francesco II Sforza (1521-1525), figlio di Lodovico e ultimo duca di Milano, con Cristina di Danimarca. Si pensi che già il Vasari, che visitò la città nel 1566, con quasi certezza non la vide, non citandola nelle sue Vite.

Le origini della decorazione leonardesca affondano nella civiltà classica, nelle fonti letterarie, nei libri della biblioteca da lui posseduta e in quella, ben ricca, del suo committente a lui disponibile (non dimentichiamo che l’organizzatore della biblioteca dei Visconti, poi degli Sforza, a Pavia fu il Petrarca). Infatti la componente legata all’antico era quella del giardino dipinto delimitato da filari di piante a disitanza e in continuo gioco di scambio con il paesaggio esterno che trova i suoi primi esempi negli horti picti delle domus romane. L’esempio più antico e meglio conservato è quello della casa di Livia, la moglie di Augusto, che però non può avere costituito per Leonardo una fonte diretta, perché la sua riscoperta risale al 1863, ma risiede nelle ekfrasis letterarie che veicolavano le idee nel Rinascimento, nelle lettere familiari di Plinio il Giovane, (prima edizione Venezia 1471), nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, nel De Architectura di Vitruvio (15 a.C.), nel trattato dell’architettura di Leon Battista Alberti, nell’utilizzo delle colonne ad tronchonos del Bramante, nelle Historiae Alexandri Magni di Curzio Rufo, nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, e pure nelle sale alberate di tradizione tardogotica (Palazzo Davanzati a Firenze, camera del Guardaroba-Palazzo dei Papi ad Avignone, affreschi di Palazzo Borromeo a Milano, casino di caccia Borromeo a Oreno di Vimercate, palazzo Branda Castiglioni a Castiglione Olona, per restare in Lombardia)

La tradizione medioevale delle sale alberate è da considerarsi in aggiunta alla componente classica e alla componente gotica (vedi anche Duomo di Milano, un cantiere al quale Leonardo partecipò negli anni milanesi): sorprendente, ad esempio, il confronto tra la Sala delle Asse e la volta della torre di Giovanni Senza Paura a Parigi, col medesimo ricamo di rami intricati. Nel revival tardogotico della Sala delle Asse è stato evidenziato anche il ruolo cruciale della oreficeria nel veicolare i modelli stilistici (ostensorio Castiglioni del Duomo di Milano) ed il fatto che la volta della Sala si configura non come prodotto di uno spontaneo intreccio di alberi, bensì come il risultato di un intervento dell’uomo che ha guidata la natura secondo un disegno di architettura ben composto: un opus topiarium da cui non è estraneo neppure il Leonardo scenografo.

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