Salario minimo, via libera a Neuchatel. Ora tocca al Canton Ticino

Un panorama di Lugano con il Ceresio

Un panorama di Lugano

A Neuchatel, cantone elvetico al confine con la Francia, il salario minimo è diventato realtà. In Ticino, a due passi da Como, rimane invece ancora sulla carta nonostante la vittoria dei sì (54,7%) al referendum del giugno del 2015 su un’analoga proposta lanciata dai Verdi e intitolata “Salviamo il lavoro in Ticino!”.
Venerdì il Tribunale federale di Losanna ha pubblicato la sentenza con cui ha respinto i ricorsi presentati dalle associazioni imprenditoriali contro l’applicazione della paga minima, fissata a circa 3.500 franchi al mese (20 franchi all’ora) dal Gran consiglio (Parlamento) del cantone di Neuchatel in seguito al referendum che nel 2011 ne aveva approvato l’introduzione.
Secondo i giudici federali, il salario minimo stabilito dal Gran consiglio è compatibile con la libertà economica e dunque non limita i diritti degli imprenditori.
Il via libera della Corte di Losanna avrà probabilmente ripercussioni anche in Ticino, dove i Verdi attendono dal 2015 che vengano tradotti in atti concreti i contenuti della loro proposta referendaria, volta a «introdurre nella Costituzione cantonale il diritto di ogni cittadino a un salario dignitoso» e a «chiudere le porte a quelle aziende che si reggono solo su salari lombardi» e che «non hanno alcuna responsabilità sociale verso la popolazione residente», come si legge in una nota dei Verdi del Ticino. Secondo i quali, il salario minimo dovrebbe aggirarsi sui 3.500 franchi al mese.
«Non so dire se la sentenza del Tribunale federale di Losanna imprimerà o meno un’accelerazione all’introduzione del salario minimo in Canton Ticino – afferma Carlo Maderna, responsabile dei lavoratori frontalieri per la Cisl dei Laghi – Ho però dei dubbi sul fatto che un simile provvedimento possa essere la soluzione di tutti i problemi di dumping salariale. La soluzione vera è costituita dalla contrattazione collettiva che stabilisce quanto un lavoratore ha diritto di guadagnare a seconda delle mansioni che svolge. Ma non solo: la contrattazione introduce anche le norme che salvaguardano i diritti dei lavoratori. Altrimenti, solo con il salario minimo, c’è il rischio che un frontaliere che prende di più possa venire licenziato e riassunto con lo stipendio ridotto».
La pensa in maniera analoga Alessandro Tarpini, responsabile nazionale della Cgil per i frontalieri. «Il tema del dumping salariale è spesso utilizzato in maniera strumentale – premette l’ex segretario generale della Cgil di Como – Noi sosteniamo da tempo che il dumping si combatte con i salari minimi e con i contratti collettivi di lavoro. Nella dimensione negoziale si tutelano meglio anche i diritti dei frontalieri. In assenza di regole, dai salari minimi ai contratti collettivi, ne accadono di tutti i colori. Dunque, ben venga la sentenza del Tribunale federale».

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