Salute individuale e pubblica al centro dell’attenzione

opinioni e commenti di mario guidotti

di Mario Guidotti

Ci piacerebbe che il dibattito riguardante il divieto di commercializzare i derivati della cannabis, light o meno light, rimanesse ancorato a basi scientifiche, e non diventasse l’ennesima bandiera sventolata o arma brandita da fazioni di tifoserie che si danno botte da orbi per sostenere la propria causa, a prescindere dalle ragioni, appunto, scientifiche, che dovrebbero essere invece la stella polare in questi casi. È stato così anni fa per le povere persone in stato vegetativo persistente e più recentemente per i vaccini. Con l’aggravante che viviamo tempi in cui la competenza è diventata non solo un optional ma un’aggravante. Nell’epoca della Rete non esiste infatti più un filtro dato da cosiddetti esperti che divulgano le notizie ma tutto viene scritto e dato per buono, fake news comprese. La cannabis light, cioè con una concentrazione di tetraidrocannabinolo compresa tra 0,2 e 0,6%, era ritenuta, fino alla recente decisione della Corte di Cassazione, non tossica. Questo perché non vi erano studi che ne indicassero con certezza l’effetto dannoso ed in genere “drogante”. Vi sono però due argomenti da tenere presente. Il primo dice che è difficile definire un danno del cervello con sicurezza, perché una lesione in tale sede può essere organica, cioè di tessuto, ma anche funzionale, cioè può alterare il flusso dei neurotrasmettitori, senza danneggiare le cellule. Lo sanno bene neurologi, psichiatri e psicofarmacologi che si occupano appunto di malattie “funzionali”, nelle quali non si dimostrano danni istologici, cioè a carico dei tessuti, ma dove sono noti essere alterati i flussi, cioè la produzione, il metabolismo e gli scambi di neurotrasmettitori. Mai sentito parlare di dopamina, catecolamine, serotonina, endorfine? Sono queste sostanze alla base di funzioni come pensiero, concentrazione, memoria, coscienza, cioè il nostro esistere, che si alterano per sostanze psicoattive anche a basse dosi. Perché rischiare? Senza contare poi che il cervello umano fino a 20 anni e oltre non è strutturato in maniera definitiva, è cioè in uno sviluppo anatomo-funzionale nel quale l’arrivo di sostanze “frenanti” potrebbero, e sicuramente lo fanno, modificare la formazione di  circuiti nervosi legati per esempio all’apprendimento o anche solo al ragionamento. Ultimo, ma non per importanza, l’argomento legato alla dipendenze. È molto probabile che anche la cannabis “light” apra la strada a una dipendenza, sempre poi che non agisca da cavallo di Troia per abusi peggiori. Le dipendenze sono tra i maggiori drammi non solo medici ma anche sociali del nostro tempo. La Nuova Zelanda ha stanziato miliardi di dollari per affiancare uno psicologo a ogni medico di base proprio per riconoscerle e debellarle all’origine. Il ruolo dello Stato non deve apparire in questo come in altri casi coercitivo, ma non deve mai smettere di porre la salute individuale e pubblica al centro della propria costante attenzione.

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