Salvare gli altri, la medicina come missione

L'Ospedale Fatebenefratelli di Erba

Una vita spesa per salvarne altre, garantire ai propri simili condizioni di esistenza dignitose. È in sintesi la missione del medico («Perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona» prescrive il Giuramento di Ippocrate). Missione che ogni medico potrebbe declinare riferendo, sulla base dell’esperienza, tanti aneddoti.
Per Stefano Iob, primario di Chirurgia al Fatebenefratelli di Erba fino a qualche mese fa, «quella fronteggiata contro il coronavirus è stata ed è una guerra».
«Ho il massimo rispetto e la più totale ammirazione per colleghi e infermieri che si sono spesi in questi mesi di lotta – dice – purtroppo si leggono sul web tante idiozie sulla pandemia, ma come ho avuto modo di constatare dall’esperienza di tanti colleghi è una guerra. Hanno visto pazienti entrati in condizioni discrete in pronto soccorso andare in insufficienza respiratoria nel giro di breve tempo tanto da essere intubati. È chiaro che una emergenza simile ha messo in luce alcune pecche del sistema sanitario, andrà rafforzata tra l’altro la medicina sul territorio per non opprimere troppo gli ospedali. Basti dire che in Italia abbiamo 2,5 rianimazioni ogni mille abitanti, mentre in Germania sono oltre il doppio, ossia 6 su mille».
«Al Fatebenefratelli si sono ammalati di Covid 19 in tanti, tra medici e infermieri – ricorda Iob – Grazie a Dio nessuno in modo gravissimo, ma per alcuni gli strascichi sono stati e sono seri. È un nemico insidioso. Insomma è stata un’emergenza drammatica, ed è grave che la si prenda con leggerezza, magari arrivando a dire che non esiste, che è stata inventata».
Originario di Merano, il dottor Iob ha frequentato l’ospedale di Erba già da studente negli anni Settanta. «La chirurgia d’urgenza ti dà la sensazione di essere indispensabile – dice – Devi saper fare bene e farlo in fretta, anche quando la soluzione che adotti non è ortodossa».
Camici e pigiami: al di là di burocrazia e statistiche, c’è il rapporto umano, la persona al centro. «Fare il medico è bellissimo ma al tempo stesso bruttissimo: quando finisci il turno non puoi staccare, porti a casa le tue preoccupazioni, vuoi sapere lo stato dei tuoi pazienti. Ma salvare vite ripaga di ogni sacrificio. Ricordo un giovane, che operai per una grave occlusione intestinale. Rischiava grosso. “Mi raccomando. A casa ho due bambine piccole” disse prima dell’anestesia. Ricorderò sempre quello sguardo».

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.