San Donnino tra utopia e realtà

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

Da anni Como vive il degrado di molti edifici. La città è sospesa tra immobilismo, faticosi tentativi di ripristino e vendite all’asta dall’esito sempre deludente. È questo il caso dell’ex carcere di San Donnino, di proprietà del demanio e messo sul mercato già due volte. Il risultato della terza si vedrà il prossimo 15 giugno dopo l’apertura delle buste con le eventuali offerte.

La storia dell’immobile, una specie di Spielberg, costruito infatti dagli austriaci a metà dell’Ottocento, è oggi la vicenda di uno stabile che non riesce ad essere appetibile in città murata, nella centralissima via Giovio. In questo assomiglia al grande complesso dell’ex orfanotrofio, anch’esso in posizione centrale, tra le vie Grossi e Dante Alighieri, da anni inaccessibile e privo di acquirenti.

Diverse le funzioni svolte, ma identico il destino: abbandono, disinteresse, difficoltà di riscatto. È un altro verso della medaglia che raffigura i luoghi e le aree comasche in cerca d’autore.

San Donnino, il “Sandon”, come lo chiamavano un tempo i vecchi comaschi, è chiuso dal 1985. Consta di due grandi edifici di tre e quattro piani per un totale di 1.700 metri quadrati di superficie. Il costo di partenza è oggi di poco più di un milione di euro. Finora non si è fatto avanti nessuno per rilevarlo e farlo rinascere a nuova vita. Ogni tanto c’è chi si chiede se non servirebbe al Comune di Como per ampliare la pinacoteca che ha sede nell’attiguo Palazzo Volpi (l’ex tribunale) di via Diaz. La risposta è che gli spazi interni di San Donnino sono troppo stretti, divisi in celle di prigione e troppo anguste sono anche le aperture delle finestrelle. Ci si domanda allora se non possa essere trasformato in laboratori, sale studio, magazzini a servizio della pinacoteca. Oppure se non possa diventare un museo d’arte ispirato a tecniche multimediali. C’è stato un tempo in cui pareva plausibile che il Comune l’ottenesse gratuitamente in cambio dell’impegno vincolante a un progetto di recupero, ma l’ipotesi non ha avuto seguito.

Così, gettata la spugna da parte dell’ente locale, non restano che i privati. L’idea prevalente è che qualcuno potrebbe essere ingolosito dall’ex carcere, trasformandolo in una struttura ricettiva di tipo alberghiero sulla scia del boom turistico cittadino e del lago pre-Covid, destinato a riprendere quota dopo la pandemia. Gli esperti spiegano però che eventuali investitori dovrebbero virare su un bed and breakfast: piccole camere poco luminose. Il perché è presto detto e spiega anche l’impasse della situazione. Il ministero dei Beni culturali pone precisi vincoli. L’immobile non costa comunque poco. Infine, è necessario prevedere l’impegno di un sacco di soldi per la successiva ristrutturazione. Il gioco vale la candela? Gli imprenditori fanno i loro conti e devono avere certezze di un ritorno economico, quanto meno nel tempo.

Si torna così al punto di partenza, il rischio dell’ennesima asta deserta, quando basterebbe stabilire accordi e sinergie utili fra enti come Stato, Comune e altre eventuali istituzioni per conseguire un risultato utile per tutti. Un po’ com’è accaduto, per restare in tema carcerario, con l’aula bunker del Bassone, utilizzata una sola volta dalla sua apertura nel 1985 e oggi progettata come futura sede della Motorizzazione civile. Un progetto su cui si pronuncerà prossimamente il consiglio comunale. Troppo facile? Forse sì, nel Paese delle rivalità e dei campanili anche quando l’ambito è tutto pubblico.

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