Santambrogio salvato dalla gente comune

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La vicenda dello sportivo comasco
Psichiatri e docenti di comunicazione analizzano il fenomeno social network dopo il caso del ciclista lariano

Sempre più legati ai social network. La necessità perenne di postare su Facebook o twittare messaggi, spesso inutili, caricare foto su Instagram, o aggiornare il proprio profilo professionale su Linkedin altro non sono che una nuova, tecnologica forma di dipendenza.
La spinta a comunicare, ogni 5 minuti, dove ci si trova e cosa si sta facendo nasconde «una difficoltà nel relazionarsi e molto spesso rappresenta una forma di esibizionismo». A dirlo è Roberto Pozzetti, psichiatra e psicanalista

comasco.
Il potere ammaliatore di questi nuovi mezzi e le implicazioni che ne derivano sono tornate prepotentemente d’attualità dopo l’ultimo episodio che ha visto come protagonista il ciclista lariano Mauro Santambrogio. L’atleta, nella serata di giovedì, aveva twittato un sinistro messaggio che recitava «addio mondo».
Due parole che subito hanno fatto pensare a una tragica decisione. Gesto che, fortunatamente, il ciclista comasco ha poi deciso di non mettere in pratica, rincuorato dai molti messaggi di solidarietà arrivati online.
«Si può diventare succubi del web. Un tempo lo eravamo della tv, oggi lo siamo sempre di più di social network come Twitter o Facebook. Ormai siamo e dobbiamo essere sempre connessi – dice Pozzetti, che sabato alle 17 nella Biblioteca comunale inaugurerà il festival della Cultura psicologica – Non importa per dire cosa. L’imperativo è essere online. Vedere, commentare, comunicare in tempo zero. Ma la domanda viene spontanea: di che tipo di relazioni stiamo parlando?». Altrettanto intuitiva la risposta.
«Sono rapporti che non prevedono l’assunzione di responsabilità. Anzi permettono di scappare dalla realtà».
«Quando si vuole dire qualcosa ci si connette e poi con un semplice clic si esce dal web – spiega Roberto Pozzetti – E gli adolescenti ne sono sempre più vittime».
Senza considerare che le conseguenze potenzialmente dannose possono essere molteplici.
«Oggi più che mai anche i datori di lavoro ancor prima di fare un colloquio con un ragazzo lo analizzano sul web», chiosa Pozzetti.
Insomma il concetto è chiaro: addio privacy.
«I social però offrono grandissime opportunità. Aprono al mondo – spiega Maurizio Gianotti, docente di Comunicazione all’Università Luiss e autore del volume “La tv al tempo del web 2.0” – Ovviamente bisogna saperli usare in maniera adeguata. Il concetto fondamentale è che tutti noi viviamo ormai in una piazza globale dove lo scambio di informazioni è continuo».
Ormai è superato anche il concetto di villaggio globale. Ovvero di un mondo piccolo, delle dimensioni di un villaggio, all’interno del quale si annullano le distanze fisiche e culturali e dove stili di vita, tradizioni, lingue, etnie sono rese sempre più omogenee e internazionali.
«Oggi ci ritroviamo tutti in un luogo ancor più piccolo. Gli spazi si annullano proprio grazie all’utilizzo dei social network», aggiunge Gianotti. In tal senso, che valore può assumere la decisione di affidare a Twitter l’annuncio di un possibile suicidio?
«La domanda è complessa. Certamente Santambrogio aveva bisogno di comunicare. E i social, se ci si sente isolati, servono anche per aprirsi. Basta non esserne schiavi – aggiunge Gianotti – Nel caso specifico proprio la piazza virtuale ha forse salvato, grazie alla tempestività con cui avvengono le comunicazioni, il ciclista. E sono proprio le voci delle persone comuni più di quelle di parenti o amici a essere utili». Il rischio potrebbe però essere quello di ingenerare, in determinate circostanze, un allarme ingiustificato.
«Vero. Ma, in ogni caso è sempre meglio far scattare, se esiste un sospetto, la macchina dei soccorsi ingiustificatamente piuttosto che rischiare. È meglio cercare di dissuadere una persona su Facebook o su Twitter piuttosto ch salire su un cornicione», conclude Gianotti. «Nel caso specifico Twitter è servito per rincuorare Santambrogio. Grazie all’affetto di sconosciuti si è sentito nuovamente al centro. Impossibile capire se si trattasse di un’intenzione reale o di una richiesta di aiuto», aggiunge lo psicologo Giuliano Arrigoni.

Fabrizio Barabesi

Nella foto:
L’immagine che il ciclista comasco Mauro Santambrogio ha scelto per il suo profilo di Twitter, dove poche notti fa aveva messo l’inquietante messaggio “Addio mondo”

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